UTERO IN AFFITTO. MA PERCHÉ?

Negli ultimi mesi, soprattutto in occasione della votazione in Parlamento della legge sulle “Unioni Civili” (cosiddetto ddl Cirinnà: “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”), si è molto dibattuto sulla questione dell’utero in affitto e, come spesso è accaduto in passato, scienziati, politici, giuristi, opinionisti e gente comune si sono divisi in favorevoli e contrari. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulla questione cercando di sintetizzare, per quanto possibile, le argomentazioni degli uni e degli altri.

Innanzitutto, cosa si intende per utero in affitto? Come, immagino, tutti sappiamo, l’utero è l’organo femminile la

pregnant woman with her hands on her belly, isolated against white background

cui funzione è quella di accogliere l’embrione – risultato dalla fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo – di proteggerlo e nutrirlo durante la gravidanza fino a quando esso, divenuto feto, viene partorito, dopo circa nove mesi, come neonato: il bambino o la bambina che tutti noi siamo stati il giorno che decidemmo di venire al mondo. Questo è ciò che avviene, fortunatamente, nella maggioranza dei casi (circa l’85%). Altre volte le cose vanno diversamente. L’utero può contrarsi prima dei nove mesi (dando alla luce un bambino prematuro), o persino prima dei sei mesi (provocando un aborto spontaneo). Può perdere il contatto con la placenta, che può distaccarsi completamente (provocando la morte in utero del feto) e dare emorragie profuse che possono talvolta mettere in pericolo anche la vita della mamma. L’utero può ammalarsi, sviluppando nel tempo tumori benigni, come i miomi o fibromi, o maligni, come carcinomi o sarcomi, per cui essere asportato interamente o in parte. Può infiammarsi in seguito a infezioni (endometriti), formando una sorta di colla al suo interno, una sindrome aderenziale, con impossibilità ad accogliere un embrione (infertilità). Però può esso stesso, l’utero, essere malformato dalla nascita, con un ventaglio ampio di forme anomale suddivise in base alla gravità (utero subsetto, setto, bicorporale), o essersi formato solo a metà (emiutero), o non essersi sviluppato affatto (aplasia o agenesia uterina). Quest’ultimo caso è tipico di una sindrome congenita (S. di Rokitansky) in cui la diagnosi viene spesso fatta intorno ai 13-14 anni per mancata comparsa della prima mestruazione (senza utero, niente mestruazione). Un’altra causa piuttosto frequente di agenesia uterina è la Sindrome di Turner, un’anomalia genetica in cui la donna ha un solo cromosoma X, anziché due. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne che conducono una vita pressoché normale, ma sono sterili. Ecco che, dopo questo breve excursus, si delineano le cause che possono indurre una persona a ricorrere alla pratica dell’utero in affitto, o maternità surrogata. Si affida il proprio embrione, (o il proprio gamete più quello di un donatore o di una donatrice, se la persona è single) tramite fecondazione assistita, ad una donna (detta portatrice o madre surrogata) che acconsente, con un contratto scritto, a condurre la gravidanza fino al parto, momento in cui si separa dal bambino portato in grembo per “cederlo” ai genitori committenti. Riassumiamo tali situazioni:

  • Donne prive dell’utero dalla nascita;
  • Donne prive dell’utero per asportazione chirurgica;
  • Donne con utero affetto da patologia grave (fibromatosi diffusa, tenaci aderenze,malformazioni, ecc.);
  •  Donne affette da malattie in cui è controindicata la gravidanza (vari tipi di cancro, malattie autoimmuni come il Lupus Eritematoso Sistemico, ecc.);
  • Coppie omosessuali

1441208672-coppie-gay-705004 (1) Senza addentrarci negli aspetti etici – ampiamente dibattuti su tutti gli  organi d’informazione e i social media – dove ci si rivolge, attualmente,  per usufruire dell’utero in affitto? In Italia (così come in Francia, in  Germania, in Spagna e in Finlandia) la legge (L. 40/2004, art. 12) lo  vieta espressamente. In altri paesi la maternità surrogata o non è  regolamentata o non è punita. I paesi più permissivi, seppure con criteri e  presupposti differenti, sono Ucraina, Russia, Grecia, India, Thailandia,  alcuni stati degli USA e quasi tutto il Canada. Generalmente si effettua in  cliniche che, dietro compenso, si occupano di tutti gli aspetti sanitari, burocratici, logistici deputati al buon esito dell’operazione, cioè quello di assicurare ai committenti la cessione di uno o più neonati sani nel È chiaro che tale procedura venga considerata come un’opportunità da parte di coloro che intendono esercitare il proprio “diritto” alla maternità o alla paternità, mentre sia considerata una forma di sfruttamento di donne, perlopiù in stato di necessità, da parte di persone facoltose, agli occhi di chi si oppone alla maternità surrogata. Fatto sta che sono in aumento le richieste di utero in affitto e coloro i quali non possono usufruirne nel proprio paese, come l’Italia, si recano all’estero. Ciò pone nuovi quesiti di ordine giuridico, come ad esempio: chi sono i veri genitori di quei bambini? Chi è la mamma: la donatrice degli ovuli, la donna “affittata” o la committente? Il principio su cui si basa questa pratica è che i genitori siano quelli “biologici”, cioè quelli che trasmettono il proprio patrimonio genetico. La donna che porta avanti la gravidanza e partorisce un bambino che non ha i suoi geni non ne sarà la madre legale. Tale principio però non è riconosciuto ovunque, per cui il rischio è quello di non poter rientrare con il neonato nel proprio paese. Ecco la necessità di recarsi in un paese che riconoscerà come genitori solo ed esclusivamente quelli “biologici”, con tanto di certificato di nascita. In Italia, questo dovrà essere trascritto nei registri di Stato civile. Diversamente, potrebbero sorgere problemi di riconoscimento al rientro nel nostro paese. Come per la legge sul divorzio, sull’aborto, sulle adozioni, le discussioni, pur molto accese, non mancano. La dignità della persona, del bambino, dell’embrione, suscitano sempre sentimenti di sincera riflessione e ciascuno la pone dal proprio punto di vista. Lo sforzo di ognuno dovrebbe essere quello di provare a comprendere le ragioni e i sentimenti dell’altro. Lo sforzo del Parlamento dovrebbe essere quello di regolamentare una pratica attuale, che è richiesta da molti, nel rispetto di tutti.

FABRIZIO PAOLILLO DIODATI

Medico-Chirurgo Specialista in Ostetricia e Ginecologia

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