UN SOGNATORE SU DUE RUOTE

Son of Davidson, il ‘viaggio emozionale’ di Vegas de Laroja. Il tour in Harley parte da Milano e arriva in Scozia ad Aberlemno

“Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini”.

Già, gli uomini. Questa citazione dell’insigne professor Claudio Magris incornicia egregiamente lo scenario che si è a noi rivelato dopo la chiacchierata fatta con Vegas de Laroja, personaggio scelto da #3D Biker per la forza evocativa delle sue parole e dei suoi progetti.

Fisicità vichinga, look da surfista californiano e un nome che sembra uscito dalla fantasia pulp di Quentin Tarantino. Vegas, classe 74, si occupa di pubblicità ed editoria, e classe 74, figlio di un padre pugliese di origine ispanica e una madre slovena di origine austriaca. Un melting pot familiare che mette in crisi ogni insulsa velleità di purezza. nel 2000 abbandona la giunga metropolitana milanese per trasferirsi oltre confine, in Slovenia, con la sua compagna Elena Bortone e la sua Fat Boy gialla.

 

Quale è stata la scintilla che ha fatto scoccare la passione per le moto?

La mia passione nasce nel 1984 sotto casa, a via Fioravanti, nella Chinatown di Milano con l’apertura della Numero Uno, la prima concessionaria monomarca dell’Harley Davidson in Italia. Un progetto innovativo lanciato da Carlo Talamo, Max Brun e Roberto Crepaldi.

Tu sei un harleysta convinto, cosa diversifica un ‘normale’ biker da un harleysta?

Domanda difficile, credo si tratti di una questione istintiva. Un legame che si viene a creare in maniera del tutto naturale con la moto. Io purtroppo, o per fortuna, ho sempre avuto Harley, sono un totalitarista nell’ambito motociclistico. Gli harleysti si autodefiniscono harleysti e non semplicemente biker, un qualcosa che va oltre il brand. Il mondo delle due ruote è molto variegato e io rispetto tutti. Sono contento di essere un harleysta e lo sarò sempre.

 

Quali sono i requisiti che una persona deve possedere per poter entrar a far parte dell’universo biker? Insomma con quale spirito e mentalità si può entrare in connessione con le due ruote per poter vivere nella maniera più corretta tale esperienza?

Eh, questa è una bella domanda. Voglio rispondere utilizzando un concetto pubblicitario a me caro: un Harley Davidson e una donna bellissima vestita di rosso davanti a un altare. Il sacro e il profano che si mescolano per far comprendere come quella passione, la moto, sia considerata da molti alla stregua di un credo religioso. Scegli un percorso fatto di emozioni pure e coinvolgenti, non parliamo di un giro fatto con gli amici per l’aperitivo. Dunque bisogna esserne convinti, quella sarà una passione totalizzante. Una via di fuga non solo fisica ma anche psicologica. Essere sognatori è indispensabile.

 

Tu sei un pubblicitario, vivi di creatività e ispirazione. La moto ti aiuta in questo? Esiste un intimo canale tra i due mondi che permette un continuo scambio di suggestioni?

Si, considero la mia Harley un vero e proprio ‘luogo’ da cui attingere per nutrire la mia creatività. Non serve un lungo viaggio, le ispirazioni arrivano anche nei tratti quotidiani che percorro magari per andare in ufficio. Vedo sempre le stesse cose, ma ogni volta le guardo con occhi diversi, con una luce diversa e questo fortifica. Sia quando sono da solo sia quando organizzo incontri tematici con altre persone che condividono i miei sogni. Faccio in modo che anche gli altri entrino in contatto empatico con la propria Harley e con quello li circonda, tipo un meraviglioso scenario naturale, il volo di un’aquila o un cervo che attraversa la strada.

 

Qual è il viaggio più bello che hai fatto?

(Sorride divertito) È quello che ancora devo fare. Scherzi a parte parliamo non del viaggio più lungo ma di quello che ti coinvolge maggiormente per le emozioni che è in grado di suscitare. Uno dei più belli è stato di sicuro Trieste – Lisbona e ritorno in solitaria con una delle mie prime Harley. Una vera avventura on the road.

 

Parlaci dei tuoi “motoraduni emozionali”, in cosa consistono?

Motoraduno non è proprio il termine giusto, non lo uso mai perché significa altro. Quello che organizzo io è una sorta di reunion in ambiti e posti differenti, c’è molto studio in quello che faccio, richiede impegno continuo. Io vivo in Slovenia, un posto bellissimo pieno di verde a ridosso del Friuli-Venezia Giulia, sono riuscito a coniugare i due territori nel corso di questi anni grazie ai viaggi in Harley legati alla storia, all’enogastronomia, alla tradizione e alle curiosità riguardanti le varie città. Insieme ai miei collaboratori ho costruito tematiche che solleticassero i sensi degli harleysti partecipanti per rafforzare il “sentire comune”, una reale e partecipata condivisione di emozioni che andasse oltre il rombo dei motori o una birra in compagnia. Eventi che hanno raggiunto anche 1500 presenze.

 

Quali strumenti utilizzi per pubblicizzarli? Social e internet che ruolo svolgono?

Facebook e social network di sicuro, il mio sito internet anche, il mio staff e il prezioso lavoro di pubbliche relazioni svolto dalla mia compagna con giornalisti e singoli partecipanti. Grazie a tutti loro sono riuscito a giugno a riempire una piazza di Trieste con 348 Harley, un mio grande sogno. Realizzato con grande soddisfazione.

 

Il prossimo ‘incontro emozionale” si terrà in Scozia: “Son of Davidson”. Di cosa si tratta?

Son of Davidson è il nuovo tour/evento di cui mi sto occupando. Una cosa non semplice ma bellissima, un viaggio che il primo giugno 2017 parte da Milano e arriva fino ad Aberlemno in alta Scozia, sopra Edimburgo (e ritorno a Milano il 12). Dodici giorni attraverso Francia e Inghilterra per raggiungere il Netherton Cottage, un posto sconosciuto ai più, ma famoso tra i biker perché è il luogo dove nel 1850 vissero Alexander e Margaret Davidson, ossia i predecessori della più nota famiglia motociclistica del mondo che alcuni anni dopo emigrarono negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Un ritorno alle origini per comprendere le radici di un grande successo. Abbiamo realizzato una ripresa cinematografica e inviato tale video a Milwaukee, in Wisconsin, dove ha sede la Harley Davidson Motor Company sottoponendolo all’attenzione del loro CEO. Non è un evento ufficiale Harley ma un dono che noi harleysti italiani vogliamo fare alla famiglia Davidson e avrà copertura mediatica scozzese e statunitense. Una riscoperta di luoghi e persone. Vogliamo creare una Route 66 in salsa europea sull’esempio americano.

 

Quante persone hanno aderito?

In Italia una quarantina di persone, non è un numero esiguo data la complessità e l’impegno richiesto dal viaggio. La presenza femminile è notevole e questo non può che farmi piacere, poi c’è un’intera famiglia, padre madre e figlia, in Harley da Taranto. Percorreranno duemila chilometri in più rispetto agli altri, una cosa eccezionale.

 

Al di là di questo specifico evento la partecipazione femminile è cospicua o credi che il mondo biker sia ancora appannaggio perlopiù maschile?

Le donne dovrebbero avere molto più spazio, nel mondo Harley sopravvive ancora un fastidioso maschilismo. Servirebbe qualche incentivo emozionale in grado di avvicinarle abbattendo gli ostacoli che impediscono loro di vivere le emozioni che dà una moto. C’è ancora tanto lavoro da fare su questo aspetto.

 

Fabrizio Brancaccio

 

 

 

 

 

 

 

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