TUTTO PRENDE FORMA, TUTTO PRENDE VITA CON STEFANIA RAIMONDI

Osservare Stefania lavorare è come assistere ad una cerimonia: nel silenzio del suo studio, dove ad ogni ora del giorno c’è sempre un fascio di luce che tocca il grande tavolo da disegno ricordo dei tempi dei suoi studi di architettura, lei si muove lentamente.

Pochi gesti sicuri, fra i pezzi di carboncino, i fogli delle bozze, i pennelli e i colori che spuntano ovunque: nel suo procedere per fasi consecutive prestabilite c’è un rigore molto simile a quello delle ballerine che si apprestano ad iniziare le loro lunghe sessioni di prove alla sbarra, o dei musicisti che iniziano gli esercizi cominciando dalle scale. Solo i lunghi capelli rossi, che sciolti sulle spalle fluttuando in tutte le direzioni e ad ogni alito di vento, tradiscono un animo indomito.

Si, perché Stefania Raimondi, che da circa trent’anni fa l’artista, non si è mai piegata ai dettami del mondo dell’arte. Sempre fedele a se stessa, con i piedi ben saldi nella tecnica che ha affinato con lo studio e la pratica e che le consente di fare qualsiasi cosa, utilizzando i materiali più impensati e riscoprendo tecniche antiche ormai desuete.

Fedele all’antico amore per il disegno a carboncino e per l’anatomia, alla sua unione con l’olio, ai materiali di recupero e alla scoperta recente dell’incisione su gesso. Dopo gli studi al liceo artistico, la laurea in architettura e diversi corsi in disegno e in incisione, Stefania inizia la sua carriera espositiva.

Varie le mostre che hanno visto i suoi lavori in città, come il progetto “1999-1799”, nello Storico Palazzo Serra di Cassano, dedicato alle vicende della repubblica Napoletana del 1799.

Nonostante Stefania abbia sempre preferito ai grandi eventi la ricerca solitaria, il suo lavoro raggiunge gli spazi museali, fra cui il Museo ARCOS di Benevento.

Dopo due successive personali napoletane molto recenti, alcune sue opere sono selezionate per la mostra internazionale “Petites apuntes sobre el retrato” presso il prestigioso Centro Civic Ateneu Fort Pienc di Barcellona.
«Mi piace utilizzare legni e cartoni, rigorosamente riciclati. Mi lascio guidare dai miei sogni ma anche dai miei incubi: prendono così forma corpi e volti di uomini e donne. Ho raffigurato spesso anche le persone a me più care, come i miei due figli» racconta senza smettere di lavorare.

Ma ciò che davvero lascia senza fiato delle figure che tanto velocemente traccia Stefania è che esse sembrano appartenere indissolubilmente alla natura del materiale stesso, come se fossero state lì solo ad aspettare che l’artista le riportasse alla luce. «A una storia già vissuta, quella sconosciuta del supporto recuperato, si sovrappone la mia volontà di continuare a raccontare proprio dal punto in cui qualcuno ha finito di farlo».

Fra il 2019 e il 2020 Stefania sarà impegnata in due grossi progetti, uno a Napoli e uno nuovamente in Spagna.
«Con la sound artist Angela Colonna abbiamo pensato di creare un’istallazione in cui le persone più che guardare possano vivere l’esperienza artistica.

Il luogo scelto è già di per sé un’istallazione: le carceri di Castel dell’Ovo di Napoli. In questo scenario così suggestivo ho pensato ad un’istallazione leggera dove sembrerà che le mie opere fluttuino nello spazio. Il percorso visivo degli spettatori sarà accompagnato da una colonna sonora site specific creata da Angela. Il fine è quello di catapultare le persone nel delicato e complesso mondo interiore dell’artista, non solo attraverso il risultato finale, ossia l’opera finita, ma facendogli vivere tutto il processo che porta a quest’ultima».

I miei occhi tornano dal viso di Stefania alla tavola su cui, mentre parlava, stava lavorando. Come d’incanto dalle venature del legno sono comparse braccia, gambe e i tratti di un viso, tutto sta acquistando vita. Lo scrittore Thomas Merton diceva «l’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento». Solo adesso, guardando le opere di Stefania, mi rendo conto di quanto sia vero.

Chiara Reale

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