Suite 102, il Bartending ora ha finalmente un senso

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SUITE 102

Se ad accogliervi fosse l’Eterno, accompagnato dalla sua schiera di angeli, mentre porge ad Adamo non la mano ma un buon calice di vino bianco?

E se proseguendo vi imbatteste nella Gioconda, dall’aspetto così dignitosamente nobile, che vi omaggia brindando alla vostra salute ergendo un flûte di prosecco o all’improvviso vi sentiste osservati dallo sguardo profondo di Napoleone Bonaparte che attraversa le Alpi in groppa al suo cavallo bianco proprio quando esibisce trionfante una coppa di Martini?

Non siete in paradiso, né vi siete persi un dettaglio della volta della Cappella Sistina; il Museo del Louvre non è stato sabotato, Leonardo Da Vinci non è stato sapientemente beffeggiato e non siete incredibilmente finiti in un castello di Berlino o in un Palazzo di Vienna.

Il posto in cui vi trovate si chiama Suite 102: se siete assetati accomodatevi pure ma se curiosando, riuscite a spingere lo sguardo oltre quell’angolo di specchi in cui si riflette la vostra immagine o a tendere l’orecchio al di là delle note di un pianoforte in bellavista, allora rimanete tutto il tempo che vi serve per capire che siete stati catapultati in un’altra epoca; state rivivendo i “ruggenti anni venti”. 

L’eleganza di un ambiente accogliente e la ricercatezza di particolari esclusivi superano di gran lunga il mood di un classico speakeasy; non si tratta semplicemente di un cocktail bar ma di un laboratorio artistico dove “la parola bartender assume una sacralità sui generis” e “godersi l’attesa è paradossalmente un piacere”. 

Mino Faravolo rappresenta l’anima, stilosa e soprattutto contemporanea, di Suite 102; Carmine Iannone e Salvatore Cortile esprimono la mente di un locale pullulante di sobria creatività. 

Un teschio dorato che indossa un cappello a cilindro e un papillon stilizzato è il simbolo onnipresente che suggerisce un chiaro “messaggio di luce”, quasi a voler mettere in evidenza un qualcosa di diverso, che non è solo “un’altra idea di eleganza” ma l’uguaglianza sociale che supera ogni limite potenzialmente vincolante come il colore della pelle, la tendenza religiosa, la cultura di appartenenza, il sesso o anche l’età. 

MINO FARAVOLO

Mino Faravolo è il barman di Suite 102, il vero interprete della Golden Age del Bartending: esibizionista, senza dubbio; showman, assolutamente; storyteller in ogni caso perché racconta i suoi cocktail a chi è pronto a degustarli, ma si lascia anche raccontare da chi si ferma volutamente davanti alla sua postazione e si incanta letteralmente ad osservarlo durante la preparazione delle sue personalissime ricette.

Ogni sorso ti suscita inevitabilmente un’emozione, quella legata ad un ricordo che affiora inaspettatamente.

Definirlo una formula chimica sarebbe troppo riduttivo perché ne rappresenterebbe solo una parte, decantarlo quale elisir risulterebbe scontato; ogni singolo cocktail è “una pozione magica pensata, studiata ed elaborata solo ed esclusivamente per consentirti di fare un tuffo nel passato”.

L’ape Maia è il cocktail della spensieratezza, quello che ti riporta necessariamente ai tempi dell’adolescenza, ma è anche l’emblema per eccellenza della nascita, quella di una bevanda creata dal nulla.

Un guscio d’uovo di ceramica bianca, è lì che viene servito mentre lo sorseggi con una cannuccia commestibile e aromatizzata al lime.

Ciò che bevi è una senape di polline handmade, la stessa tecnica viene utilizzata per estrarre il succo di radicchio rosso il cui sapore acidulo e leggermente ferroso viene contrastato con l’aggiunta di un cucchiaino di miele che conferisce al cocktail un tocco dolce e una consistenza piacevolmente densa.

Non mancano i profumi, da quello intenso dei fiori di camomilla lasciati in infusione a quello dei limoni, fresco, e dell’aloe vera, pulito, bastano davvero poche gocce di essenza.

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Il colore naturalmente arancione è quello del kumquat, il noto liquore realizzato con i mandarini cinesi che concedono a questo cocktail la sembianza lucente di un tuorlo. 

Trip to Kyoto, non è solo un viaggio in una delle più suggestive città del Giappone ma soprattutto un’esperienza sensoriale che lascia un dubbio amletico: cocktail da assaporare o dessert da centellinare?

Una lemoncurd, direttamente dalla tradizione dolciaria inglese, condita con l’alta qualità della pasta wasabi della cucina nipponica; il tutto miscelato con la melassa di carruba per un risultato finale che presenta una texture cremosa e vellutata caratterizzata da un gradevole aroma di cioccolato.

Nessun cucchiaio o bicchiere ma un mestolo di legno artigianale sormontato da una foglia di pane carasau guarnita con bottoni di confettura di fragole, petali di fiori eduli dai colori accesi ed erbe aromatiche tipiche della macchia mediterranea. 

Mino Faravolo sa bene come “destabilizzare” i suoi ospiti

“Abbraccio tutti i sensi”

– dice con orgoglio, e continua –

Le mani non toccano sempre una coppa di vetro, l’odore non è solo quello degli ingredienti principali della mia ricetta perché solitamente utilizzo vodka profumata che spruzzo sul cocktail prima di servirlo, e poi gli occhi vedono molto di più di ciò che gli si presenta davanti mentre il gusto si lascia semplicemente stupire.

Il segreto di Suite 102 è l’effetto spumoso che il barman tende a ricreare ogni volta sui suoi cocktail utilizzando soltanto meringhe sbriciolate che emanano una ventata di fragranze inebrianti, da quella al limone, ai fiori di arancio a quella di acqua di rose o alla vaniglia.

Un tripudio di sensazioni, un mix di leggerezza, morbidezza, setosità inequivocabili, che “lasciano un segno dentro e fuori”. 

SUITE 102

Bere è un gesto che si fa spontaneamente per soddisfare un bisogno fisico; latte, acqua, vino o liquore sono le bevande che con un po’ di sana fantasia rappresentano le tappe della vita di un uomo, dall’età neonatale a quella senile passando per quella adulta.

Dissetarsi con responsabilità è un dovere; concedersi un cocktail taggato Suite 102 è un diritto.

#STORYTELLER: FELICIA MERCOGLIANO

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