Sofia, pane e coraggio

Camorra, solidarietà, paura, amore e coraggio, tanto coraggio. Questa è la storia di Sofia Ciriello e della sua lotta al racket, al pizzo. Ma anche il racconto di una famiglia unita, di un sud che sa lottare contro la camorra, dei sogni che si avverano, delle istituzioni che vincono. Una bella storia quella di Sofia e di suo marito Luigi Formisano, una di quelle favole che vanno raccontate perché come diceva Gilbert Keith Chesterton “Le fiabe non raccontano ai bambini che i
draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”. E i suoi draghi Sofia li ha sconfitti, li ha mandati in galera, e ancora oggi continua a lottare in prima linea aiutando le vittime d’estorsione e di usura. Siamo nel pittoresco mercato di Resina, a Ercolano, ai piedi del Vesuvio, e tra odore di pane caldo e clienti che chiedono sfogliatelle, Sofia e suo marito Luigi mi raccontano la loro storia.

«Eravamo giovani, e dopo tanti sacrifici, io, figlia di commercianti, e mio marito, panettiere da cinque generazioni, nel 2008 realizziamo il nostro sogno: aprire una panetteria tutta nostra». È un fiume in piena, Sofia, che continua a raccontare: «Dopo meno di un anno si presentarono in panetteria strane persone che con chiaro atteggiamento minaccioso mi chiedevano di pagare il pizzo». Sofia e suo marito Luigi ignorano quella richiesta ma pochi giorni dopo segue una vera e propria intimidazione con un “invito” a raggiungere la “Cuparella”, la roccaforte del clan che controllava il paese. «Era come se ci trovassimo in un film: io, mio marito e mia mamma, che all’epoca ci dava una mano con l’attività, andammo alla Cuparella, a Pugliano, e ci trovammo accerchiati da sei persone che ci imposero un pagamento immediato di cinque mila euro ed altri cinquecento da pagare ogni mese. Ricordo ancora perfettamente le loro parole: “Qui pagano tutti e anche tu lo devi fare”».

Anche questa volta Sofia dice no, e il giorno dopo “loro” si ripresentano armati e con la pistola puntata intimando nuovamente a pagare. E gli occhi di Sofia si accendono: «Anche quella volta decisi di non pagare e alle parole seguirono i fatti». La notte tra il 10 e l’11 novembre l’esplosione di una bomba distrugge “Il Forno di Sofia”. Quella bomba devasta tutto, ma non scalfisce minimente il coraggio, l’orgoglio, e la voglia di combattere le ingiustizie. E nemmeno quella notte Sofia abbassa la testa e corre dai Carabinieri. Racconta tutto nei minimi dettagli, fa i nomi, descrive le facce ma non riesce a firmare la denuncia perché, quella stessa notte, Sofia deve correre all’ospedale di Contursi Terme perché sua mamma viene portata in rianimazione dopo un edema polmonare causato proprio dallo choc della bomba. «Fu una notte lunghissima, stavo perdendo tutto: il mio lavoro, il futuro della mia famiglia, le mie figlie da portare avanti, il mutuo da pagare e mia madre stava morendo. Ho avuto paura, ma non potevo mollare. L’angoscia era più forte della paura. Due giorni dopo sono ritornata dai carabinieri e firmai la denuncia». Il 14 novembre, esattamente dopo 4 giorni dalla bomba, la polizia arresta sei persone, le stesse persone che qualche giorno prima Sofia aveva incontrato alla “Cuparella”. Lo Stato, grazie alla denuncia di Sofia e di altri commercianti della zona, smantella l’organizzazione camorrista che da anni terrorizzava i commercianti del paese. «Non posso dimenticare la solidarietà, l’umanità della polizia che quella notte mi accolse e ascoltò il mio grido di libertà. Questa non è solo la mia storia, ma la storia delle istituzioni, della comunità, del bene che può vincere sul male».

Dopo quella notte terribile e in pochi giorni, lavorando senza mai fermarsi, Sofia con l’aiuto di suo marito, i suoi fratelli e i tanti amici di Ercolano rimette a posto la panetteria e riapre l’attività. «Temevo un calo nelle vendite, ma fu esattamente il contrario. I clienti aumentarono e quando arrivavano mi ringraziavano. I loro visi, le loro speranze riposte in me e nella mia reazione, mi hanno sempre dato la forza per continuare». Sofia continua insieme a suo marito a impastare pane e infornare biscotti, a credere nel sogno di questo “forno” e non smette di lottare: con la FAI – Federazione Antiracket Italiana, continua la sua campagna di sensibilizzazione dimostrando che battere la camorra si può e con un pizzico di orgoglio Sofia conclude così il suo racconto: «A Ercolano siamo liberi dal pizzo».
Sì, è proprio una bella favola quella di Sofia. Una di quelle fiabe da raccontare anche ai più piccoli. Una favola dove il bene batte il male, dove l’amore vince su tutto. Quelle in cui il coraggio trionfa. Quelle favole dove c’è il lieto fine e pure il “E vissero felici e contenti”. Anzi no, questa storia finisce ancora meglio. La favola di Sofia termina con un coraggioso “Ercolano è libera dal pizzo”. E, credetemi, non c’è paragone.

– Ci trovammo accerchiati da sei persone che ci imposero un pagamento immediato di cinque mila
euro ed altri cinquecento da pagare ogni mese.
– Fu una notte lunghissima, stavo perdendo tutto: il mio lavoro, il futuro della mia famiglia, le mie
figlie da portare avanti, il mutuo da pagare e mia madre stava morendo.
– A Ercolano siamo liberi dal pizzo

di Giovanni Salzano

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