Scatolette, testimoni della Grande Guerra

Scatolette

Quando si pensa alla Prima Guerra Mondiale tornano alla mente i drammi provocati dalle armi e passa in secondo piano l’altra grande, reale paura dei soldati, la fame.

Un evento tragico che ha riunito il Paese sotto il profilo culinario.

L’incontro di soldati provenienti da tutta la penisola ha stravolto l’alimentazione favorendo incontri e contaminazioni tra le cucine dei soldati polentoni del nord e i mangiafoglie del sud.

Questi nuovi scenari alimentari hanno richiesto lo studio di tecniche di conservazione del cibo rielaborate anche successivamente, prima tra tutte la scatoletta.

Quella che oggi troviamo al supermercato è uno degli oggetti più rappresentativi dell’inferno che studiamo sui libri e ricordiamo con film e documentari.

Confezionate in latta, le scatolette contenevano un quantitativo di cibo ridotto ma grazie alla praticità nella produzione, marche iconiche come Cirio o aziende agricole come la Filippo-Corradi, sfamavano migliaia di soldati.

La quantità era tale da riuscire a soddisfare intere legioni finendo col risultare addirittura troppo abbondante.

Nel dopoguerra cessò persino la produzione per permettere lo smaltimento di ciò che era stato confezionato durante il conflitto.

Da alimento per i soldati durante la guerra, la scatoletta entrò nelle case delle famiglie italiane e nelle loro abitudini alimentari.

Concentrati di pomodoro, carne e pesce iniziavano a modificare la cucina italiana ed europea riducendone anche la qualità.

Le scatolette prodotte durante la Grande Guerra restano ancora oggi le più ricercate dai collezionisti ed è possibile trovarle esposte nei musei in Alto Adige e Sardegna.

Oggi alla portata di tutti, la scatoletta è entrata nelle nostre vite rispondendo ad un’esigenza primaria ovvero garantire la sopravvivenza in campo di battaglia.

#STORYTELLER: DAVIDE MILONE

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