MICHELE UNGOLO: LA QUARANTENA DEGLI INVISIBILI

#Storiediquarantena

Michele ungolo

Non dovevamo ammalarci, non ce lo potevamo permettere, altrimenti, nel giorno dell’addio, saremmo stati solo una miserabile figura creata nella mente dei nostri figli.

Nessun ultimo saluto, nessuna cerimonia religiosa, nessuna benedizione, niente di niente, saremmo andati via da soli. Soli, così come quando tutto ebbe inizio.

Mi chiamo Vincenzo, ho 92 anni, non ho mai avuto paura come in quei giorni di quarantena.

Non vi parlo della paura di morire, quella l’ho superata ormai da tempo, sono consapevole del fatto che prima o poi arriverà anche per me. Le mie energie, inutile a dirlo, stanno per esaurirsi, per quanto ami la mia vita, so bene che tutto ha una fine, ma pregavo che non accadesse in quei giorni.

Non è stata certo la quarantena ad intimorirmi, non uscivo già da tempo, le mie gambe sono vecchie, le ho sfruttate finché ho potuto, mi hanno portato perfino a Busto Arsizio, dai miei figli.

Ho vissuto un po’ con loro prima di decidere che quella realtà non mi apparteneva, così ho scelto di tornare alle mie origini, a Stigliano, un tranquillo paesino nel cuore della Basilicata.

Adesso sono felice, condivido la mia casa con altre ottanta persone tra ospiti, infermieri e personale sanitario.

Sì! Esatto! Vivo in una casa di riposo, si chiama Hostilianus, qui ho trovato anche Maria, la mia seconda moglie.

Non ho ben capito quando tutto quel silenzio sia arrivato, ma ricordo bene quella mattina, quando mi svegliai qualcosa era cambiato.

Tutti nascondevano la bocca dietro mascherine, qualcuno si copriva persino gli occhi.

Ben presto venimmo bombardati dalle notizie del telegiornale, per quanto veloci, ne colsi l’essenziale: “rischio alto di contagio – pandemia – restate a casa – Busto Arsizio zona rossa”.

Ci ho messo un po’ prima di capire cosa stesse realmente accadendo.

Ebbi paura, il bastone che mi sorreggeva per gli spostamenti mi scivolò dalle mani, cadde per terra facendo un gran rumore. Presi subito il telefono dalla tasca del gilet blu che indossavo quotidianamente, andai nella rubrica come mio genero Luigi mi aveva insegnato quando me lo regalò, poco prima di partire, e selezionai il suo nome, la chiamata partì immediata.

“Pronto!” – risposero dall’altra parte

“Luigi? Come state? Come sta mia figlia?” – furono le uniche parole che riuscii a dire.

“Stiamo bene Vincenzo, per fortuna stiamo tutti bene” – la voce di mio genero provò a rassicurarmi.

“ho sentito al telegiornale …”- dissi con la voce tremante.

Seguirono alcuni secondi di silenzio. 

“ Hai saputo quindi?” – ancora attimi di silenzio poi riprese a parlare – “inutile dirti fesserie, qui la situazione non è delle migliori, ci hanno detto di rimanere in casa. Qui regna il caos”.

“State attenti, vi prego! Non uscite se non è importante”- furono le uniche parole che riuscii a proferire.

“Tranquillo Vincenzo, ce la caveremo. Piuttosto tu, cerca di stare attento” – aggiunse Luigi.

“Ho vissuto tempi peggiori, ho fatto già i miei anticorpi”.

Luigi scoppiò a ridere, ci salutammo e rimasi immobile per qualche istante.

Intorno a me vedevo volti scuri, assopiti. Le visite, che fino a quel giorno erano consentite per una persona alla volta, cessarono, i figli dei miei coinquilini non potevano più entrare, era per la nostra salute, e anche per la loro.

Dovevo fare qualcosa, non potevo rimanere impalato come un fesso, conservai il telefono, raccolsi il bastone da terra e mi incamminai verso la mia stanza. Raggiunto il letto mi piegai per prendere la grande valigia blu.  Una volta aperta tirai fuori il mio organetto, lo indossai e tornai nell’area comune. Posizionai una sedia al centro della sala e quando mi misi comodo iniziai a fare l’unica cosa che mi era sempre riuscita bene nella vita, suonare.

Quel giorno si concluse con un sorriso sul volto di tutti ma con un unico pensiero nella testa:

“Un padre non dovrebbe per nessuno motivo assistere alla morte di un figlio, per quanto possa essere cattivo un uomo durante la sua esistenza sulla terra, questa, è una punizione davvero troppo pesante.”

 Pochi giorni dopo, la situazione fuori non accennava a placarsi, i contagi erano aumentati, l’intera nazione era diventata un’enorme zona rossa difficile da gestire.

I contagi erano impennati drasticamente, l’intera nazione era diventata un’enorme zona rossa difficile da gestire. Quella stessa notte, centinaia di persone provenienti da Nord avevano assalito le stazioni ferroviarie alla disperata ricerca di un treno che li riportasse a casa.

Per distrarmi dai pensieri che affollavano la mente, mi diressi nella palestra all’interno della struttura.

Ogni tanto mi concedo qualche minuto di pedalata sulla cyclette, ma quel giorno, con mio stupore, notai qualcosa di insolito.

Quando entrai nella stanza, vidi fogli di giornale posizionati accuratamente sul pavimento, alla mia sinistra, poco dopo la porta antipanico di vetro, seduto sulla sua sedia a rotelle Iosca, il mio vicino di stanza, un folle pittore che ha trascorso la vita dietro una tela bianca con lo stesso pennello di cinquant’anni fa tra le dita. 

Mi chiedo ancora oggi come faccia a dipingere in quelle condizioni.

“Ma cosa stai facendo?” – chiesi avvicinandomi.

“Oltre ad essere sordo, stai diventando anche cieco? – disse bruscamente Iosca.

Non lo vedi che sto dipingendo?” – aggiunse senza neanche voltarsi.

“Bah! Veramente non vedo nulla” – affermai stranito.

“Esatto!” – mi disse voltandosi verso me con aria soddisfatta.

“Mi stai prendendo in giro?” – replicai stringendo più forte il bastone nella mano destra che mi teneva in piedi.

“Ma no Vincè, che hai capito? Non ti agitare. Non ti prendo in giro. Ho dipinto questo virus che dicono in televisione”.

Mi sforzai di affinare la vista, concentrandomi a mia volta verso le tela completamente bianca – “Secondo me lo stai solo immaginando.”- replicai sorridendo.

“Dimmi sapientone.” sbottò “Com’è fatto un virus?” – mi interrogò fissandomi attraverso i suoi enormi occhiali.

“Cosa vuoi che ne sappia, non l’ho mai visto.”

“Esatto! Neanche io, perché è invisibile”- 

fece una pausa e poi aggiunse -“ credo di aver appena creato la mia opera migliore”.


Michele Ungolo

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Responsabile di una casa di riposo

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