Una vita condivisa: il messaggio

“Ti mando un messaggio” .Quanti di noi  almeno una volta nell’arco di una giornata pronunciamo questa frase? Forse un po’ tutti. Ormai i messaggi virtuali, che siano essi costituiti da un sms, da un what’s up, da una “faccina”, o da un’immagine, sono la nostra principale forma di interazione con l’altro.

Ma che cosa si intende per messaggio? Con l’evoluzione del sistema comunicativo il suo significato è cambiato e così si è passati da quello scritto su carta, attaccato al frigorifero, a quello digitale attraverso le nuove tecnologie. E se da un lato esso prima racchiudeva in sè solo parole scritte, oggi si compone di icone, immagini e perfino note vocali. Il perfezionamento dei cellulari e l’utilizzo costante di esso come prima forma di comunicazione ha “vestito” il messaggio della sua eccezione sociologica. Il messaggio infatti nella teoria dell’informazione è “l’insieme di informazioni (parole, immagini, gesti, ecc..) inviate da un destinatario ad un ricevente attraverso l’utilizzo di un canale/mezzo”.

Attraverso l’utilizzo di social o applicazioni su cellulari affrontiamo la nostra quotidianità, il nostro lavoro e la nostra vita privata, penalizzando sempre più la comunicazione faccia a faccia.

Ormai affidiamo a questi nuovi mezzi il potere e la responsabilità di informare l’altro su questioni di ogni tipo: si discute, si litiga, ci si ama, si chiudono trattative e storie d’amore. Tutto attraverso queste nuove forme di comunicazione.

E così parallelamente al perfezionamento dei cellulari si assiste all’alienazione dei rapporti umani. Basta guardarsi intorno e rendersi conto di quante persone in quel dato momento sono al cellulare, quanti stanno digitando su una tastiera, e quanti ancora parlano ad un microfono per registrare una nota vocale. Se da un lato il fine, informare qualcuno, giustifica i mezzi, dall’ altro l’abuso ne invalida l’essenza. Lo sviluppo delle nuove tecnologie dovrebbe infatti affiancare, migliorare  e non sostituire l’originario e naturale modo di rapportarsi all’altro. Scene di persone sedute ad un tavolo di un bar,  o a cena, che non comunicano tra loro ma che sono intenti a scrivere a chi non è presente in quell’istante sono immagini comuni che racchiudono l’ingestibilità di un potere, quello di informare a distanza. E così siamo tutti “schiavi” di un cellulare. Adulti, bambini, uomini, e donne e perfino anziani ormai non riescono a fare a meno di questo strumento, per scrivere, parlare, giocare o fare foto. Il cellulare diventa un supporto comunicativo ma anche psicologico; esso ci avvicina e ci allontana dagli altri ma soprattutto ci protegge dai rischi di un impatto emotivo diretto  divenendo così un valido aiuto per superare o deviare le nostre insicurezze e paure relazionali. Non è infatti atipico demandare ad un messaggio la responsabilità di risolvere questioni che in quel momento risultano difficili o delicate. Per tanti motivi dunque risulta impossibile stare minuti o ore senza fare e rifare il gesto di controllare se qualcuno ci ha cercato, di condividere status o altro.

Una mania, un’ossessione, come se comunicare non fosse più un bisogno, un’esigenza ma un impulso compulsivo. Intere generazioni sono vissute senza informare in tempo reale gli altri su dove sono, cosa fanno, cosa mangiano; oggi tutto questo sembra impossibile.

In pochi istanti attraverso un messaggio, una foto o una registrazione informiamo il mondo intero su cosa stiamo facendo. Tutti sono a conoscenza di cosa fa l’altro e il contrario. Ed è così che monitoraggio costante delle azioni dell’altro attraverso le nuove tecnologie sminuisce il valore l’interazione faccia a faccia. Resta quasi poco da dire ad un amico seduto al bar, se il giorno prima  con lo stesso abbiamo  codiviso un messaggio scritto, o un’immagine istantanea di cosa i nostri occhi hanno visto, cosa le nostre orecchie hanno ascoltato e cosa in generale abbiamo fatto. Ed è così che le nostre vite, seduti ad un tavolo, perdono interesse.

Resta dunque aperta una domanda: siamo sicuri che l’utilizzo delle nuove tecnologie invece che migliorare la nostra vita non ci rendano più irresponsabili o soprattutto meno interessati/interessanti?

di Daniela Romano

 

 

 

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