Martina Cavallarin: IO SONO QUI. La Malattia è diventata la cura

#Storiediquarantena
L’essere umano vive nel tempo mentre dovrebbe vivere nello spazio, dovrebbe riuscire a sganciarsi dall’affanno del trascorrere per srotolare energie in una dimensione reale. Utopico pensare di scindere le due cose, eppure auspicabile giacché, in transito nel NOW, potremmo cercare di ambientarci nel QUI. Questo lo spunto della mia ultima ricerca. Poi è arrivato l’8 marzo e tutto si è rovesciato. Lo spazio domestico è diventato il solo termine di confronto, il tempo è sospeso.
Qui, immagini, libri, riviste, la TV, la mia rete d’affetti.  A volte, soprattutto la mattina quando il sonno, che mai avevo avuto prima, ancora indugia e appanna, non ricordo immediatamente che cosa sta accadendo, eppure c’è qualcosa che mi ronza in testa.
I tanti libri aperti, nello spazio confinato della casa, formano un cordone senza soluzione di continuità, sempre.
Tra questi, a parte i saggi d’arte di cui mi nutro per scelta umana e professionale, gli indispensabili compendi filosofici tra antichità, modernità e contemporaneità. Ed è qui che cova quel ronzio.
In questo spazio edificato in quel tempo sospeso figlio del contagio, ho compreso che gran parte di quello che indagavo e le cui considerazioni presupponevano una direzione giusta e una direzione sbagliata, all’improvviso sono divenuti obsoleti. Improvvisamente lo spazio coatto che accoglieva il fantasma della sociopatia alimentata dai social network, è diventato la cura.
Grazie ai social ci scriviamo, ci guardiamo, comunichiamo e riallacciamo legami trascurati.
Improvvisamente viviamo nello spazio, metro di distanza compreso. La società frammentata cede il passo a uno spazio preciso, e con lui si istituzionalizzano i reflussi di chiusura, la paura dell’altro, i confini da chiudere, la divisione violenta tra tribù sane e tribù infette.
Il tempo è sospeso e congelato, e lo spazio del cittadino consumatore è diventato lo spazio del cittadino social che deve guardare la TV e giocare alla Play Station per non ammalarsi.
Martina Cavallarin
Art Critic | Independent Curator

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