L’Italia perde generazioni di scienziati Così parlò il direttore generale del CERN di Ginevra (che è italiana!)

 

È italiana, si occupa di fisica fondamentale ed è il direttore del CERN di Ginevra (prima donna a occupare una posizione simile). Fabiola Gianotti traccia un quadro chiaro, veritiero e inquietante sul “drammatico precariato” del Bel Paese.

Nel campo in cui lavoro, la fisica fondamentale, gli italiani hanno sempre avuto una marcia in più. In Italia ci sono anche istituti che funzionano, come l’Istituto nazionale di fisica nucleare che partecipa a progetti internazionali di altissimo livello insieme con alcune università, trascinando in queste imprese anche l’industria. E questo è un esempio virtuoso di come la ricerca dovrebbe funzionare. Quello che in Italia è drammatico è il precariato, il fatto che i nostri giovani non abbiano speranze a lungo termine nel nostro Paese e quindi siano costretti a emigrare. È un peccato perché, quando si perdono delle generazioni di scienziati, ricucire una tradizione che dura ormai da decenni diventa difficile“.

Tra i primi a parlare di tale problema è stato il fisico Giorgio Parisi che, in una lettera pubblicata su downloadNature”, denunciava gli scarsi investimenti dell’Italia nel settore della ricerca. Siamo poco accoglienti per i ricercatori e gli studenti. Negli ultimi dieci anni le immatricolazioni di studenti in queste discipline sono scese del 20%, i docenti del 17%, i corsi di studio del 18% e il fondo per il finanziamento ordinario del 22,5%. “Gli studenti italiani vanno all’estero e gli stranieri non vengono in Italia”, termina Parisi. Si stima che ogni anno vadano via dall’Italia circa 3000 cervelli e chi è fuori non vuole tornare.

Il problema è che esiste un vuoto politico e strategico che va colmato. C’è bisogno d’interventi strutturali per rendere il sistema competitivo e non perdere risorse. Da dove cominciare quindi? A mostrare la rotta da seguire è uno che di divulgazione scientifica se ne intende, e tanto: l’amato Piero Angela, che afferma che c’è un problema di comunicazione. L’importanza della ricerca di base è poco percepita dai governi e in generale la ricerca è “poco popolare”. Mai cosa fu più vera.  Ed è su questo fronte che bisogna agire perché la ricerca, al contrario del “poco popolare”, è una cosa che riguarda tutti. Compreso l’avvenire di un Paese.

Antonio Selicato

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