LE MILLE SFUMATURE DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

Maltrattamenti, violenze, femminicidi. Sono le notizie che sentiamo ogni giorno e di cui vi riproponiamo i recenti dati raccolti da Amnesty International.

Eppure, dietro questi numeri, ci sono delle persone. Donne, che dovrebbero solo poter godere del diritto alla vita, alla libertà, all’autodeterminazione.

Il 40% delle donne in età fertile, vive in Paesi dove l’aborto è vietato, limitato o inaccessibile e 47.000 donne incinte muoiono, ogni anno, a causa delle complicanze di aborti insicuri. Questi dati spaventosi diramati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono drammaticamente sostenuti dai numeri del Centro internazionale di ricerca sulle donne e quelli del Fondo Onu sulla popolazione: 215 milioni di donne non usano metodi contraccettivi, anche se vogliono smettere di fare figli o rimandare la prima gravidanza e 215.000 è il numero di morti collegate a gravidanza e parto che ogni anno si potrebbero evitare con l’uso dei contraccettivi. Più di 14 milioni di ragazze adolescenti partoriscono ogni anno, spesso in seguito a rapporti sessuali forzati e a gravidanze non desiderate (Centro internazionale di ricerca sulle donne), iI 60% delle adolescenti in quattro stati dell’Africa subsahariana non sa come evitare la gravidanza e più di un terzo non sa dove può procurarsi contraccettivi (ONU).
I dati presentati dall’Organizzazione non Governativa Amnesty International, che si occupa di diritti umani in tutto il mondo, non lasciano adito a molti dubbi: lo slogan MY BODY, MY RIGHTS – il mio corpo, i miei diritti – si ripete con la forza e l’eco di donne provenienti da ogni paese, stato e nazione che componga questa Terra.
Raccontare storie vere di donne è la strada migliore per comprendere le ragioni dietro la campagna di Amnesty, MY BODY, MY RIGHTS.

Amina Filali, marocchina, aveva 16 anni quando è stata costretta a sposare l’uomo che lei stessa aveva accusato di stupro. L’unica soluzione che Amina ha trovato, per fuggire da questa situazione, è stata il suicidio. Il suo caso ha scatenato molte polemiche in Marocco. Le leggi riguardanti lo stupro nell’area maghrebina (Algeria, Marocco- Sahara Occidentale e Tunisia) non erano state in grado di proteggere Amina, perché legate ad aspetti morali piuttosto piuttosto che alla difesa dell’integrità personale e fisica della vittima. In Algeria e Tunisia (e prima anche in Marocco) lo stupratore può evitare la pena per il suo crimine, sposando la vittima della violenza. Amina è stata vittima, per ben due volte, del marito e dello stato.

Nel 2013, Kopila, nepalese di origine, aveva 24 anni ed era reduce dalla sua quarta gravidanza. Abitudine comune nel suo paese è che le donne non interrompano quasi mai il lavoro, per loro non c’è pausa, mai. Le parole di Kopila squarciano il buio della discriminazione di genere: Dodici giorni dopo il parto stavo tagliando la legna con un’ascia. Mio marito mi ha chiesto dell’acqua e abbiamo litigato. Mi ha picchiato forte. Non so se l’utero è uscito mentre stavo tagliando la legna o dopo che sono stata picchiata. Successivamente ho cominciato a sentire dolori alla schiena e alla pancia e non riuscivo più a stare diritta in piedi, a stare seduta o a lavorare. Quando starnutisco, mi esce l’utero. La patologia in questione si chiama prolasso uterino ed è spesso legata al trasporto di carichi pesanti e al mancato periodo di degenza che dovrebbe seguire una gravidanza. In Nepal ne soffrono circa 60000 donne, molte di età inferiore ai 30 anni.

violenza-donne-2 Beatriz (nome fittizio) è originaria di El Salvador. Nel 2013,  incinta e affetta da lupus e problemi renali, richiedeva le cure  mediche del caso. La gravidanza poteva ucciderla e il suo feto  era privo di parte del cervello e del cranio. Secondo la legge  del suo paese, Beatriz non aveva scelta: avrebbe portato  avanti la gravidanza fino alla morte. Beatriz, però, non si è  arresa e, con il supporto di una campagna portata avanti con  organizzazioni salvadoregne e attivisti di Amnesty  International, ha ottenuto le cure necessarie. Beatriz è un nome fittizio, ma le sue parole sono reali: fornite alle donne la terapia di cui hanno bisogno, non lasciate soffrire le altre donne come hanno fatto soffrire me. L’aborto, però, è ancora illegale nel suo paese.

Kando Seraphine, attivista giovanile del Burkina Faso, denuncia la cattiva informazione sui diritti sessuali, piaga dilagante del suo paese. In Burkina Faso le giovani donne fanno fatica ad accedere ai servizi di salute sessuali primari, compresa la contraccezione e persino parlare dell’argomento è tabù. Matrimoni precoci e povertà ostacolano le donne nella possibilità di scelte attive e consapevoli che riguardano la propria sfera sessuale. Il concetto il mio corpo, i miei diritti torna ancora una volta.
Il problema non riguarda, però, i soli paesi citati: in Irlanda l’aborto è illegale, tranne in caso di un rischio reale e sostanziale per la vita (non per la salute) della donna. Illegale, dunque, per le vittime di stupro o di incesto, se la salute della donna è a rischio o in caso di anomalie del feto. Chi pratica aborti illegali rischia fino a 14 anni di carcere.

Emblematico è il caso, del 2012, di Savita Halappanavar, ricoverata per una minaccia di aborto spontaneo. Le è stato negato l’aborto indotto, nonostante fosse chiaro che il feto non sarebbe sopravvissuto. Subentrata la setticemia, Savita è deceduta pochi giorni dopo. Il suo caso ha costretto il governo a presentare una legge sulla protezione della vita durante la gravidanza che stabilisce l’esistenza o meno di un rischio reale e sostanziale per la vita della donna. Solo in questo caso l’aborto è lecito in Irlanda.

Cosa fa, dunque, Amnesty International? Si pone l’obiettivo di agire contro tutte le coercizioni, criminalizzazioni e discriminazioni che riguardano il corpo e la vita di una persona, uomo o donna che sia. La campagna globale MY BODY, MY RIGHTS difende i diritti di tutte e tutti con un decalogo composto da regole semplici. Nel manifesto si sostiene il diritto a rapporti consensuali, qualunque sia la sessualità, l’identità di genere e lo stato civile di coloro che li praticano, all’aborto, a servizi sanitari adeguati, economicamente sostenibili e attuati nel rispetto della riservatezza. Ancora, si richiede un’educazione sessuale basata su dati scientifici per tutti, il diritto alla libertà da ogni forma di violenza, compreso lo stupro, di dire la propria sulle leggi che regolamentano l’utilizzo del proprio corpo e, infine, di denunciare e pretendere giustizia quando scelte sessuali e riproduttive vengano negate. Tra gli appelli attualmente attivi e sottoscrivibili sul sito ufficiale di AI, cattura l’attenzione una richiesta alle autorità del Paraguay di garantire ad una bambina di dieci anni, violentata e incinta, tutte le cure necessarie ad assicurarne la vita e la salute. Citando AI: il momento di agire è ora. Proprio adesso e si potrebbe aggiungere sempre e dovunque, perché le discriminazioni sessuali, i diritti violati e le scelte negate sono figli dell’ignoranza di molti più paesi di quanto si pensi. Se Amnesty International è una candela che illumina il buio delle discriminazione, in qualità di movimento formato da più di sette milioni di persone in tutto il mondo, sostenere le battaglie per l’umanità è un dovere dell’individuo per difendersi, spesso, da se stesso.
Emma Di Lorenzo

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