Lampedusa. Gli sbarchi, la terra promessa e…

Occhi profondamente tristi. Sguardo lontano e impaurito. Un viso segnato dal dolore che racconta, senza parole, la sofferenza di questa donna alta ed esile. Un turbante colorato le copre il capo, un vestitino di cotone blu macchiato lascia intravedere le gambe lunghe, quasi pelle e ossa. Cammina con fatica. Ai piedi, indossa un paio di scarpe da tennis, grandi e strappate. È stanca. È molto stanca. In fondo al cuore ha tanta paura. Lungo la traversata del deserto, ha già perso suo figlio più piccolo e suo marito che ha cercato di difenderla da uno stupro di gruppo.  È rimasta sola con il primogenito di otto anni. Lo deve lasciare al sicuro. Gli deve dare una speranza. Quella stessa speranza alla quale si è aggrappata da quanto ha lasciato il villaggio, quasi tre mesi fa.
Sono arrivati in Libia. Sono finalmente davanti a quella vecchia casetta bianca a qualche metro dalla spiaggia. Da fuori non si vede niente. Un uomo con una barba lunga, armato fino ai denti, sgarbato e violento controlla la porta d’ingresso e le chiede di consegnargli tutti i soldi e tutti i documenti. Solo così poteva varcare la soglia di quella prigione, per poter essere imbarcata con il figlio e arrivare in Italia.

La prigione
Non ha altra scelta. Abbassa la testa e lo sguardo e consegna la sua vita, la sua anima e quella di suo figlio in mano a quest’uomo senza scrupoli. Spintonata, entra stringendo a sé suo figlio, in una stanza grande già piena di altri uomini e donne, disperati come lei. Lo stesso destino accomuna tutti. Sono ridotti in schiavitù per poter, forse, respirare il profumo di quella libertà tanto sognata. Per vivere in un mondo migliore dove la dignità non è calpestata e la vita è sacra. Rimarranno per settimane in quella stanza che si riempie sempre di più. Per ora, non si parte. Il mare è forza otto ed è molto rischioso. Non mangiano. Non bevono. Hanno fame. Sono stremati. Chi si ribella è frustato e rischia anche di essere ucciso. Ogni due o tre giorni, aprono quella maledetta porta chiusa a chiave dall’esterno e lasciano sull’uscio alcuni panini e qualche bottiglia d’acqua. Tutti hanno pagato quasi lo stesso prezzo. All’interno della stanza, scoppia la guerra dei poveri. Le mamme cercano di nutrire prima i figli e quel poco che rimane, lo deglutiscono con fatica. Ogni sera, un gruppo di donne viene portato con la forza fuori per divertire i tanti uomini che sorvegliano la casa, armati di potere e di arroganza. Uomini che invocano Allah sparando colpi in aria e chiedendo il perdono. Uomini che non hanno alcun rispetto del Corano e neanche di loro stessi.

La traversata.
Era quasi mezzanotte. Bruscamente, la porta si apre. Due uomini armati si mettono davanti la porta e Immigrazione-a-Lampedusa-sbarcati-200-migranti-581c197f0ad1cd524580cfb51ec26a0bcominciano a gridare e a chiedere a tutti di uscire. Nella furia generale, non si guardano i bambini. Non si guardano le donne incinte. Inizia una corsa terribile verso quel gommone nero dove tutti vogliono salire. Pianti e urla di bambini strappati alle loro madri. Disperazione. Mortificazione. Ammassati come le sardine, si stringono nel buio della notte. Scene che ricordano i treni che partivano per Aushwitz. Fa freddo. L’umidità è tanta. Nel silenzio più profondo del mare, comincia la traversata nel canale di Sicilia. Spuntano le prime luci dell’alba. Sono tutti nervosi. Tutto attorno, si vedono solo onde. L’aria è pesante. Il gommone è troppo piccolo per tutti loro. Il comandante ha fretta di arrivare il prima possibile per scaricare “questi vermi”. Basta. Non ce la fa più. Il primo che gli capita per le mani, lo prende dai capelli e con tutta la sua forza, lo getta in acqua tra lo stupore generale. Lo deve fare. L’uomo grida, urla, piange, chiede aiuto. Non sa nuotare. Con tutte le sue forze cerca di stare a galla. Vuole vivere. Non è giusto morire dopo tutta quella strada. I compagni di viaggio lo vedono inerti lottare per la vita. Può capitare a chiunque di loro. Di nuovo arriva la notte. Sale l’angoscia. Nessuno fiata.

La terra promessa.
Quasi al terzo giorno di viaggio, si vede da lontano la terra. Dicono che è Lampedusa. L’isola della salvezza. Della speranza. Della vita. Dove ci sono persone che aiutano quelli che arrivano dal mare. Persone gentili e affettuose. Danno loro da mangiare, vestiti, coperte, medicine. Quella terra ferma che in tutta quella sua bellezza, col suo mare cristallino e la sua naturale semplicità, somiglia tanto alla terra promessa.
Gioia e tristezza si confondono. Qualcuno prende un satellitare e chiama i soccorsi. Sono vicini. Quasi alla riva. Forse ce l’hanno fatta. Purtroppo il mare non è indulgente. È arrabbiato. Vuole fare sentire a tutti che non è giusto quel che accade. Che è disposto ad essere un corridoio umano sicuro. Purtroppo, nessuno lo sente. È una battaglia persa. Sono tutti accecati dai soldi e dall’avidità.
Molti si buttano in mare convinti di potere raggiungere quella spiaggia splendida. Una catena umana, nel giro di pochi secondi, si forma per dare soccorso a quelle anime profondamente distrutte dalla malvagità di alcuni e dall’indifferenza di altri. Per dare aiuto a quelle donne coraggio, che nella loro fragilità, sanno affrontare in silenzio, con pazienza e sofferenza la disuguaglianza e i sacrifici. Sanno riconoscere negli occhi spaventati dei loro figli, l’importanza di quella vita. Frutto dell’amore e delle doglie. Una vita, dove tutti nascono liberi e hanno il diritto di vivere senza catene e senza ricatti, di attraversare i monti ballando, i mari, anche camminando sull’acqua e assaporando ogni filo d’aria che si sente.

Vite spezzate, famiglie divise, bambini orfani in nome di guerre assurde dove i più deboli sono i più sfruttati. Uomini e donne in mano a delle organizzazioni criminali che decidono per loro la via della libertà al prezzo delle loro stesse vite.
Quella libertà che si sente nell’aria, riempie i polmoni, profuma di rose, gelsomino e zagara. Che accarezza delicatamente il viso e spinge i barconi verso Lampedusa gridando: Stop ai barconi. Stop all’indifferenza. Che tutti si alzino in piedi per guardare in faccia e con coraggio gli occhi di tutti coloro che hanno perso un loro caro lungo quel cimitero a cielo aperto, chiamato il Canale di Sicilia.

Houda Sboui

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