L’AMORE REALE NON FA DANNI E NON HA SESSO MA ARRICCHISCE E RIEMPIE

Cercavo un po’ su internet la parola omosessualità per vedere cosa passasse sul web. Sono rimasta molto colpita dalle tante teorie elaborate, spiegate e riportate che potessero giustificare questa che appare “quasi una malattia”: cause organiche, psicologiche, di arresto nello sviluppo, idee culturali, analisi di devianza. Decine di trattati sulla differenza tra l’essere gay o lesbica, focalizzandosi sulle dinamiche e con descrizioni dettagliate di queste due omosessualità diverse negli atteggiamenti, nelle modalità relazionali, con l’analisi di tutte le sue evoluzioni e declinazioni.

Leggevo delle lotte per ottenere diritti, per essere riconosciuti come coppie di fatto, per le adozioni e di tutte i dibattiti su “è giusto o sbagliato?”. Le categorie, le etichette, il buono e il cattivo, il bianco e nero. Ma i colori? Dove sono i colori e le loro infinite sfumature? E soprattutto dov’è l’altro tra tutte queste coppie di opposti? Me lo sono chiesta ed è stata la prima cosa che m’è saltata agli occhi nel leggere di qua e di là spiegazioni, teorie, critiche: perdevo di vista la persona, che sia etero o omosessuale, ebreo o buddista, nero o bianco (già facendo queste distinzioni perdiamo l’altro nella sua totalità). Ho imparato e sperimentato, nel mio percorso, che le “etichette” servono solo a generalizzare, e nella generalizzazione si perdono pezzi, esse servono a non considerare l’unicità dell’individuo, forse servono anche a rassicurarci, ma perdiamo la ricchezza della diversità. Credo che prima di concentrarci sull’omosessualità, questa parola molte volte carica di pregiudizio, fatta di domande sul come? quando?, carica di idee legate alla perversione e non, penso dovremmo concentrarci sull’altro da noi, guardarne l’unicità, le sue sfumature, la voglia di amare che è la stessa di ogni individuo, la voglia di costruire e trasmettere il proprio vissuto e parti di sé ai figli, la stessa di ogni essere umano, imparando ad accettare l’altro per quello che è, sentendo quello che prova ed esprime, oltre quello che pensa.
È come chiedere ad un etero: perché ami proprio quella donna o uomo? Perché ti sposi? Non si può rispondere in modo chiaro e sensato, perché queste scelte hanno a che fare con il sentire, più che con il pensiero. Allora perché pretendiamo che un omosessuale debba spiegare il perché del suo amare e sentire? Ma poi l’amore ha sesso? E perché considerare valida solo una modalità d’amore, anziché gli infiniti modi dell’amore? Credo che questa frase di Victor Hugo racchiuda tutto ciò detto fino ad ora “ La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è o, meglio, essere amati a dispetto di quello che si è”. L’amore è amore, quello reale non crea danni, arricchisce, riempie, e soprattutto non ha sesso.

 

Dott.ssa Carolina Alfano
PsicologaPsicoterapeuta
in Gestalt e Analisi Transazionale