LA FAMIGLIA ARCOBALENO

Due uomini e due donne. Storie di progetti in comune, di diritti negati e attesi.
Quando la famiglia assume nuovi colori ma ha sempre la stessa origine: l’amore

C’era una volta la famiglia…
Ma cosa si intende oggi per “famiglia”? Forse potremmo dire, in maniera molto generica, che è quella struttura sociale i cui membri sono uniti tra loro da legami di affetto e di comunione d’intenti. Sì, perché ormai non è più possibile definire rigidamente e univocamente dei parametri senza rischiare di lasciare fuori qualcuno. Il sociologo francese Émile Durkheim nel 1888 scrisse: «Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore di tutti. La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanza sono diverse». Queste parole, quanto mai attuali, ci fanno capire i mutamenti della famiglia odierna e ci insegnano che nel nostro tempo non è più possibile riferirsi alla famiglia come ad un’entità stabile e definibile in termini assoluti. La famiglia è un fenomeno bio-sociale ed è un concetto storicamente e culturalmente determinato, che muta le sue forme, le funzioni, gli scopi e le caratteristiche, nello spazio e nel tempo. Tant’è, che i sociologi ormai parlano di “famiglie” anziché di “famiglia” per rappresentare tutti i diversi modi di vivere insieme e le diverse esperienze familiari possibili.

Se, fino a qualche tempo fa, si faceva riferimento solo al nucleo familiare tradizionale, costituito da madre, padre e prole, oggi è possibile rintracciare diversi modelli di famiglia: ci sono le famiglie monogenitoriali, nelle quali un genitore, da solo, si occupa del mantenimento e dell’educazione dei figli; le famiglie allargate, composte solitamente da una coppia di genitori con figli nati da precedenti matrimoni; poi ci sono le famiglie affidatarie, quelle presso le quali i bambini trascorrono un determinato periodo di tempo prima di tornare alla famiglia d’origine e le famiglie adottive, nelle quali i bambini restano definitivamente; ci sono, ancora, le famiglie di fatto, quelle in cui i genitori convivono senza aver contratto matrimonio e le famiglie senza figli, ovvero quelle composte dalla sola coppia di coniugi; infine, ci sono le famiglie miste, in cui almeno uno dei due partner è di nazionalità diversa e le cosiddette famiglie arcobaleno, composte da genitori omosessuali e da figli nati o da relazioni eterosessuali precedenti o frutto di una procreazione assistita.

In questa rubrica cercheremo, di volta in volta, di rappresentare tutte le sfumature del moderno concetto di famiglia e lo faremo raccontando delle storie di vita, attraverso la voce dei loro protagonisti.

Federica e Agnese hanno 23 anni. Federica è una make-up artist e Agnese – come molte ragazze, di questi tempi – al momento non ha un’occupazione stabile. Federica e Agnese sono una coppia e, nonostante la loro giovane età, sanno perfettamente come vogliono vivere la propria vita e desiderano solo che anche la società di cui fanno parte riconosca loro il diritto di stare insieme e di diventare una famiglia a tutti gli effetti.
Anche Michele e Pasquale hanno una relazione stabile, ormai da molto tempo. Michele ha 59 anni ed è un artista; Pasquale ne ha 45 ed è uno chef e un flower decorator. Il loro è un rapporto maturo, consapevole, fondato sull’amore, sul rispetto e il sostegno reciproco.
Queste sono le loro storie.

MICHELE E PASQUALE
Raccontateci un po’ la vostra storia.
– Michele: È una storia molto comune, di un incontro avvenuto per caso, in discoteca. Pasquale ed io amiamo molto ballare. Da lì è nata questa simpatia e poi pian piano ci siamo innamorati. Devo dire che tutto è iniziato con leggerezza, senza nessun pensiero che poi potesse diventare una relazione seria e durare 14 anni. Dopo quel giorno in discoteca ci siamo rivisti alcuni mesi dopo; lui aveva un ristorante a Cava de’ Tirreni ed io sono andato a trovarlo, da lì è nato tutto.
Con il passare degli anni il nostro rapporto è diventato più maturo, più sicuro, più strutturato e io credo che la cosa più importante sia tenere viva la relazione e non dare nulla per scontato. Anche con gesti gentili, affettuosi. Io e Pasquale in 14 anni insieme non abbiamo mai litigato. Abbiamo più che altro puntualizzato delle cose e questo lo faccio più io in verità, devo ammetterlo, che sono un capricorno, testa dura, che fin quando non risolvo una questione la porto sempre avanti. Ma non c’è mai stato un litigio di quelli furibondi che ci abbia allontanati.

images (1) Quali sono le maggiori difficoltà che avete dovuto  affrontare?
– Pasquale: Io ho sempre vissuto il mio modo di essere in modo  naturale. Non ho mai nascosto nulla neanche alla mia famiglia,  perché ho sempre pensato che i miei sentimenti, le mie emozioni,  erano cose che riguardavano me e non gli altri. Per questo non ho  mai sentito l’esigenza di camuffarli oppure di mostrarli in una    maniera eclatante. Penso che in generale se ti mostri per quello che  sei non dai la possibilità ad altri di poterti ferire. Anche nel quartiere in cui viviamo, ci vogliono bene tutti. I miei genitori hanno avuto solo bisogno di capire. Abbiamo un ottimo rapporto con loro. Spesso non chiamano me ma chiamano Michele, si dispiacciono se non andiamo a trovarli, hanno grande attenzione nei suoi riguardi e devo dire che questa cosa è molto bella perché ti fa sentire “normale” anche nell’ambito familiare. Papà ha 83 anni e mamma 76, sono dei contadini, vivono della loro terra, quindi sono molto legati ai valori tradizionali, canonici, ma l’idea che il loro figlio sia felice con una persona seria, affidabile, presente, li fa stare tranquilli e gli dà modo di vivere questa situazione in modo diverso.

Come si svolge la vostra vita di coppia nel quotidiano? Come vi dividete i compiti?
– Pasquale: Io sono chef, quindi di solito io sono quello che cucina e che sporca; Michele, invece, si occupa di mettere in ordine e sistemare la casa. Quindi, anche in questo senso, è molto carino perché quando riceviamo amici a casa, io sono quello che prepara per tutti e lui è quello che poi riordina e rimette a posto. Dato il suo lavoro, Michele si occupa anche dell’aspetto creativo, ma anche io faccio la mia parte perché sono anche un flower decorator, quindi mi piace creare sempre cose diverse.
Credete che il concetto di “famiglia” sia cambiato, si sia evoluto nel tempo?
– Michele: Il concetto di famiglia si è evoluto, certo, altrimenti non si spiegherebbero queste pressioni da parte di tante coppie a sentirsi accettate nella loro normalità. Io credo che questo sia un problema strutturale dello Stato e della Chiesa, più che altro per conservare forme di microstrutture controllabili. La famiglia tradizionale in qualche modo garantisce allo Stato, fondato esso stesso su di una natura burocratica verticale, di avere dei riferimenti. Lo Stato ha sempre creato il capofamiglia, quello responsabile della conservazione e della trasmissione dei valori di riferimento. Ecco, adesso tutto questo è stato un po’ stravolto, perché non c’è più un referente prestabilito, non c’è una riconoscibilità immediata del capofamiglia. C’è una struttura che si basa su degli intenti comuni, non sempre categorizzabili, per cui oggi le categorie e i riferimenti lo Stato se li deve andare a cercare e quindi diventa più difficile. Uno dei motivi per cui, a mio parere, c’è questa difficoltà ad accettare, è proprio questo. Io credo che oggi tutto si sia spostato su valori più che altro economici: in un paese industrializzato come il nostro, il concetto chiave è “chi può spendere?” e “chi può comprare?”, quindi l’economia è quella che determina gli interessi. Poi, certo, ci sono i problemi religiosi, che sono quelli che premono di più. Gli omosessuali sono sempre stati molto credenti, nonostante non fossero accettati dall’istituzione religiosa. Infatti molte persone, ultimamente, stanno percorrendo la strada del buddismo, un credo più libero, in cui c’è il senso di aver fatto una scelta e di non essere giudicati per questo.

Cosa pensate della omogenitorialità e delle tecniche utilizzate per realizzarla?
– Pasquale: Non ti nascondo che c’è stato un periodo della mia vita in cui ho desiderato diventare padre, poi però devi fare i conti con la situazione economica, con la possibilità di avere del tempo per essere presente nella vita di un bambino. Non ci credo nella storia della necessità per i bambini di avere la figura materna e quella paterna.. perché, in quante famiglie cosiddette “normali” accadono cose che normali non sono? Quante volte sentiamo storie di violenza familiare, di persone che stanno insieme ma che litigano in continuazione e non sono di certo di buon esempio per i loro figli? A volte non c’è proprio voglia di costruire nulla, anzi, è semplicemente un disfacimento. La capacità di amare qualcuno prescinde da tutto, anche dal sesso. La difficoltà è quella di combattere ancora con una società che ha dei pregiudizi rispetto a delle scelte di vita. Perché precludere a dei bambini la possibilità di avere una vita normale? Sono due uomini? Sono due donne? Li ameranno lo stesso incondizionatamente. Sicuramente una coppia di persone che si vogliono bene e hanno voglia di amare, di qualsiasi sesso essa sia, se fa un passo del genere lo fa per amore. Pensiamo che un orfanotrofio possa sicuramente garantire il benessere psicologico di ogni bambino?
– Michele: Sono d’accordo: per quanto riguarda l’adozione sono assolutamente favorevole. Quella della creazione, invece, credo sia una questione molto complessa. Perché c’è comunque qualcosa di “non umano”, ma anche di grandissima umanità: l’uomo desidera avere dei figli per natura e, in questa condizione, c’è una difficoltà e quindi si trova un escamotage. È chiaro che poi c’è tutto un lavoro psicologico che va fatto con questi bambini, perché non sappiamo quale effetto si possa avere. Se sia giusto creare una nuova vita non sta a me giudicarlo. Si tratta di fecondare un ovulo di una donna in provetta e poi impiantarlo in un’altra donna ancora, che porterà il bambino in grembo. Nessuna delle donne che ha collaborato a questa nascita è direttamente la madre. Tutti questi passaggi creano un’anonimità nella storia del bambino. Insomma, va prestata molta attenzione da parte di chi desidera avere un figlio e fa questo tipo di procedura.

Qual è l’esigenza che sentite più forte oggi?
– Pasquale: Se, dopo 14 anni insieme, lui dovesse stare male, io non potrei neanche stargli vicino. E questo mi dispiacerebbe da morire, perché abbiamo condiviso tutto, momenti belli e brutti, quindi credo sia legittimo voler essere sempre presente nella vita dell’altro. Non sono per il matrimonio, nel senso che mi piacerebbe di più fare una festa che non scimmiottare il sacramento in sé del matrimonio. Ovviamente questo è solo il mio punto di vista, ma sarebbe giusto che ognuno fosse libero di scegliere per sé e per la propria vita. Se non si ledono gli interessi altrui e non si manca di rispetto a qualcuno, non vedo perché non si possa avere libertà di autodeterminazione. Noi nel nostro piccolo, a nostro modo, combattiamo la nostra piccola battaglia. Il fatto che molti amici, anche etero, abbiano una bellissima opinione di noi e invidino il nostro rapporto, anche questa è una vittoria. Le piccole battaglie le fai ogni giorno. Poi certo, noi siamo cittadini italiani come tutti, paghiamo le tasse, partecipiamo al vivere comune, quindi è necessario che ci vengano riconosciuti gli stessi diritti di tutti.
– Michele: Io e Pasquale non siamo interessati al matrimonio, né civile né religioso. È una cosa che non abbiamo mai pensato di fare perché è una scelta quella di stare insieme e non ho bisogno di formalizzarlo. L’unico problema è quello di tipo economico-assistenziale, che però potrebbe essere superato attraverso il riconoscimento dei diritti civili e delle cosiddette coppie di fatto.
Per quanto mi riguarda io potrei essere un buon padre, lo so già. A me piacciono moltissimo i bambini e so che anche a Pasquale piacerebbe. Però penso che sono così concentrato sul mio lavoro, sulle mie cose, che non potrei farlo. Poi adesso sarei più un nonno che un padre! Quindi, né il matrimonio né i figli sono stati una nostra primaria esigenza. L’esigenza che invece sentiamo è quella di veder attuata la legge sui diritti civili. Penso che sia giusto che vengano stabiliti per il semplice fatto che se un rapporto di coppia nasce dall’amore e dal voler stare insieme e decidere di condurre la propria vita insieme, perché dovrebbe essere bloccato da una burocrazia cieca? Per me questo è importante. Ma la cosa principale, per me, è che inizi realmente un processo di accettazione del diverso da sé. Questo è il messaggio che mi sento di dare: ogni tipo di discriminazione nasce sempre dal considerare l’altro come un “diverso”. Noi siamo diversi, ma la diversità è una ricchezza. Bisogna riconoscere la normalità della differenza.

Mirella Paolillo

 

FEDERICA E AGNESE
Raccontateci un po’ la vostra storia.
– Agnese: Frequentavamo gli stessi locali. Federica mi ha invitato ad alcune serate. In realtà avevo paura di lei, perché sapevo che andavo ad affrontare una storia veramente seria, per la quale non mi sentivo pronta, anche perché stavo affrontando una situazione personale abbastanza forte. Poi con il tempo abbiamo imparato a capirci, a stare bene e ad amarci. Una cosa che si impara col tempo. Una cosa è l’innamoramento, un’altra è l’amore. Nel nostro caso è nato prima l’amore e poi l’innamoramento. La nostra storia è questa. Attraversata da attimi felici, di comprensione, che tutte le storie hanno e soprattutto con il solo interesse di entrambe di formare una famiglia. È questo quello che ci lega più di ogni altra cosa: il sentimento e l’interesse di una famiglia da costruire insieme.

Quali sono le maggiori difficoltà che avete dovuto affrontare?
– Federica: Fondamentalmente non ci sono state difficoltà da affrontare. Forse solo nella fase iniziale di conoscenza, come è assolutamente normale per due persone che decidono di stare insieme. Viviamo una vita abbastanza tranquilla. I nostri genitori lo sanno. Io sto a casa sua, lei a casa mia con molta tranquillità. Certamente possiamo incontrare persone ignoranti, piene di pregiudizi, alle quali non stiamo neanche a dare giustificazioni, perché non ne vale la pena.

Come si svolge la vostra vita di coppia nel quotidiano? Come vi dividete i compiti? ragazze-lesbiche_risotrante– Agnese: La nostra quotidianità è svegliarsi insieme, 99 giorni su 100. Lei si sveglia prima. È quella che dorme meno. Mi porta il caffè a letto, cerca di svegliarmi, cosa che non sempre le riesce. Quando siamo sole e non ci sono i nostri genitori, perché in vacanza o per altri motivi, è lei quella che cucina, così evita di lamentarsi, dal momento che ho un pessimo rapporto con i fornelli. Poi ci dividiamo gli altri compiti: chi fa il letto, chi sistema i panni, eccetera. Se sono a casa sua, io porto il cane a spasso perché lei si scoccia. La sera cerchiamo di organizzare qualcosa di diverso, una cena fuori, un giro in discoteca, una chiacchierata con gli amici. Oppure, se lavoriamo tutta la giornata, la sera se siamo stanche, ognuna resta a casa propria. Se invece c’è la forza, stiamo insieme fino al mattino successivo per poi tornare al lavoro.
– Federica: Diciamo che la parte dell’uomo è di Agnese. Io sono quella che sistema casa, mentre lei si occupa delle bollette da pagare e così via. Io faccio la femminuccia di casa che fa i servizi e sistema. Lei è disordinatissima.

Credete che il concetto di “famiglia” sia cambiato, si sia evoluto nel tempo?
– Federica: Qualcosa sta cambiando. Ma ci sono molti preconcetti sulla possibilità di avere dei figli. In tanti credono che sia innaturale che un bambino abbia due mamme. Io penso che fin quando due persone sono in grado di donare amore e dare sani principi ad un bambino non ci sia nulla di male. Crescono bambini con una mamma, con le nonne e sono sani. Io sono cresciuta in una famiglia eterosessuale e sono nata omosessuale. Anche a me dà fastidio, quando sono in treno o in pullman, vedere un ragazzo e una ragazza che si baciano troppo appassionatamente. Quindi non lo farei nemmeno se fossi etero. Rispetto le persone che frequento. Quello che faccio in camera da letto sono fatti miei.
– Agnese: Per me la famiglia è basata sul rispetto e sull’amore. A prescindere dalla razza e dalle tendenze sessuali. L’importante è che ci sia rispetto per gli altri e per se stessi e che ci sia l’amore.

Cosa pensate della omogenitorialità e delle tecniche utilizzate per realizzarla?
– Agnese: Non mi piace parlare di omogenitorialità. Significherebbe costringerla in una categoria a parte. Non voglio parlare di “tecniche”. Ripeto, è necessario che ci sia l’amore alla base di tutto.

Qual è l’esigenza che sentite più forte oggi?
– Federica: Quali esigenze? Diritti civili, certo. Sono Federica, cittadina italiana, ma se sono innamorata di una persona dello stesso sesso non ho diritti. Sia per la legge in vigore sia per la reazione delle persone che mi circondano. Fin quando la legge non riconosce la nostra “esistenza”, anche l’opinione pubblica ci respingerà. Il matrimonio? Non mi aspetto di sposarmi in chiesa, ma almeno di unirmi civilmente con la mia compagna, avere dei diritti di coppia. Nel senso che se dovesse succedere qualcosa a lei, io possa essere “qualcuno”. Così come stanno le cose, se dovessi in futuro avere un bambino, lei non potrebbe rivendicare alcun diritto.
– Agnese: Io penso che tutti i diritti civili partano da un riconoscimento sociale. Se non si smuove quello, non si smuove nulla. Nel senso che se non è la società a dare un segnale, lo Stato resta fermo. Il problema non è lo Stato, ma la gente. È da lì che parte il problema. Se va avanti il riconoscimento sociale conquisteremo tutti i diritti, se la società continuerà a puntare il dito contro di noi, non avremo neanche il diritto di vivere.
– Federica: Il nostro Paese si definisce laico, ma in realtà di laico non ha nulla. Il Vaticano dovrebbe essere uno Stato a sé, invece gran parte della popolazione è cattolica. Una cultura “ignorante”, radicata da secoli, nonostante un Papa che quantomeno cerca di aprirsi mentalmente. Ma per sradicare l’erba vecchia ci vuole molto tempo.

Carmine Bonanni

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