Il Convivio del Sapere: Dante Alighieri e la divulgazione tridimensionale

Il Convivio Di Dante

Il Convivio di Dante Alighieri

Lontano dalla natia Firenze, scosso dalle ingiurie della folla, Dante Alighieri risponde all’esilio con la condivisione. Questo è l’intento del Convivio, il saggio dottrinale che si rivolge alla terra, alla folla, agli animi gentili che la realtà allontana dalla sapienza. Per chi non ha tempo, per chi cade nelle distrazioni, per chi è ostacolato dalla famiglia e dalla politica. Il Convivio, più di ogni altra opera dantesca, è un gesto d’amore incondizionato.

(…) Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. (…) Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza. Dentro da l’uomo possono essere due difetti (…): l’uno da la parte del corpo, l’altro da la parte de l’anima.

Opera spesso adombrata dalla notorietà della Commedia, il Convivio si dimostra la summa delle migliori intenzioni dantesche.

Una dimostrazione di sapienza tridimensionale, che mescola immagini palpabili di poesia con dottrine di stampo naturalistico. Non manca spazio per la politica, la religiosità, il linguaggio. Il Convivio, questo banchetto imbandito per gli uomini comuni, riesce a essere visivo nel suo racconto saggistico. È un pranzo ricco di leccornie e sofisticate nozioni, rese dolcissime dal miele dell’arte.

Di fuori da l’uomo possono essere due cagioni intese, l’una de le quali è induttrice di necessitade, l’altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, (…) L’altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano. Le due di queste cagioni, (…) non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne.

Il Convivio di Dante

Mentre nella Commedia assistiamo allo sviluppo del Dante scrittore, e nei trattati successivi si delinea la personalità del Dante storico e filologo, nel Convivio il poeta diventa maestro. Un uomo consapevole dell’importanza della cultura in ogni sua forma, un intellettuale molto lontano dagli elitarismi che spadroneggiano ancora oggi.

Nonostante la sua impostazione tridimensionale, il Convivio rimane incompiuto. È la furia della creatività ad avere la meglio. Probabilmente la stessa Commedia è diventata una delle distrazioni condannate nell’incipit dell’opera. Eppure, dai quattro trattati conclusi, si può godere di un’esperienza sensoriale senza precedenti.

Poi che (…) è lo mio pane ne lo precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l’artimone de la ragione a l’òra del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce (…). Ma però che più profittabile sia questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda, voglio mostrare come mangiare si dee.

Il primo trattato riguarda l’imbastimento della tavola. Si apparecchia l’argomento, si riempiono i boccali con il vino della scienza e si stendono le tovaglie della ragione. Il secondo trattato entra invece nel vivo. Insegna come si deve spolpare la cultura per meglio masticarla. Si tratta di un commento alla famosa canzone “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete”; un commento che dona al lettore gli strumenti necessari per trovare il profondo sapore della letteratura.

Il godimento di un testo scritto passa per quattro chiavi di lettura. Quella letterale, il segno, il significato in superficie. Quella morale, che scava nel profondo della coscienza. Quella allegorica, che tanto diverte gli studiosi e vivifica il passato. E infine quella anagogica, che unisce la logica delle scienze al piacere dell’arte, rendendo una poesia o una frase un mezzo per comprendere concetti più ampi. La morte, la divinità, la memoria.

(…) Perché veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere.

Se il terzo trattato si focalizza sull’importanza della filosofia, il quarto e ultimo trattato porta alla luce una questione sempre scottante. Chi è il nobile? Quello che possiede terre, castelli e onori militari, o colui che coltiva l’empatia, le ricchezze invisibili dello spirito? In maniera più attuale: chi è veramente degno di essere ricordato? Colui di cui tutti conoscono il nome, o colui che nell’ombra affina la sua gentilezza e la sua conoscenza?

Sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, (…) così è nobilitade dovunque è vertude, e non vertude dovunque nobilitade: e con bello e convenevole essemplo, chè veramente è cielo ne lo quale molte e diverse stelle rilucono.

La nobiltà, che nel nostro secolo si potrebbe facilmente tradurre con notorietà, si trova ovunque c’è virtù, nel senso di conoscenza e di applicazione di essa. Al contrario, non ovunque si trovi il successo materiale è possibile incontrare la virtù. Una prova tridimensionale, tangibile, quasi profumata di questa discussione, si ritroverà poi nell’Inferno. Non tutti i dannati sono dipinti con tinte oscure; alcuni sono addirittura capaci di conservare il loro nobile profilo nella città senza speranza.

Per tutte queste ragioni, e per i suoi vivissimi punti di riflessione, il Convivio è l’opera che riunisce i punti cardine dell’opera dantesca in un’unica e piuttosto rapida lettura. Leggere i classici per comprendere il presente: questa affermazione è all’ordine del giorno tra i banchi di scuola. Quello che conta realmente non è limitarsi a leggere come uno studente. Bisogna sedere davanti al libro come presso un tavolo in un intimo ristorante. Assaporare ogni porzione, abbandonarsi agli intrecci dei sapori. In questo modo, Dante Alighieri non è più soltanto un’icona di Stato, ma un saggio maestro, il cuoco di una tradizione immortale.

#STORYTELLER: SILVIA TORTIGLIONE

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