Il Condomblé: le “danze dei negri”

Il Candomblé

Il Candomblé

#Mistico, come l’aspetto del Dio Olorun, Spirito unico e universale da cui promanano come per filiazione le Orixa, divinità che da Esso emanano e che rappresentano archetipi antropologici associati agli elementi della natura, alle erbe mediche, ad ogni forma ancestrale di attività umana e persino ai colori della terra, del cielo, degli animali e di tutte le cose.

E mistico e trascendente, suggestivo ed evocativo ad un tempo di mondi sconosciuti e momenti tanto remoti da apparire ignoti o sfumati lungo la linea cronologica della Storia dell’umanità, come il suono sordo dei tamburi battenti che ne scandiscono il ritmo accompagnandone i balli rituali dalle movenze sconvolgenti che, in alcuni casi e particolari cerimonie, sfociano in un completo stato di trans, che conduce alla meditazione, all’ascesi e infine, per i religiosi, alla divinazione.

Eppure altrettanto concreto, reale ed evidente, oltre che nelle sue manifestazioni empiriche, nel portato di sofferenza, sangue, privazioni e violenze cui questo culto rimanda e che in un certo senso tramanda fino a noi, diffuso ancora oggi in diversi Paesi dell’ America Latina, dove si è mescolato spesso con le credenze precolombiane, oltre che con la cultura cristiana dei conquistadores: Brasile, Uruguay, Argentina, Venezuela, ma se ne trovano tracce persino in Portogallo e in numerose comunità sparse su quasi tutto il continente africano.

Il Candomblé

Lungo quella che una volta era la rotta degli schiavi e che, attraverso l’Europa, ha consentito per secoli di trasferire in cattività generazioni di donne e uomini dai luoghi che furono la culla del genere umano al Nuovo Mondo: è il Candomblé, che letteralmente, in Lingua Bantu, il dialetto parlato principalmente in Africa Orientale e del Sud, è il nome di uno strumento musicale artigianale e significa “danze dei negri”, dove anche il termine dispregiativo con accezione razziale e razzista testimonia scientificamente una condizione precisa, la schiavitù, le atroci sofferenze e la condizione disumana di subordinazione cui, in nome e per conto di un altro Dio e come catechesi di altre religioni, l’uomo bianco ha costretto il suo fratello nero inneggiando e celebrando, in realtà, null’altro che il denaro, il possesso, il dominio.

Culto segreto, perché proibito dai negrieri dominatori e mercanti d’uomini e per queste ragioni trasformatosi sempre più in una sorta di danza tarantolata ed estenuante, spossante, il Candomblé è stato e rimane nella sua essenza più pura ed intima un moto di reazione dell’animo di ispirazione comunitaria e collettivamente elaborato, senza schemi precisi, con notevoli e consistenti variazioni tematiche da una zona all’altra.

Una religione di resistenza, al netto di qualsiasi divagazione esotica o di piglio new age: è un lamento continuo e concreto, straziante, che richiama stridente il timbro stridulo delle catene portate in testa e a mani e piedi e gli spasimi dovuti alle corde che stringevano e ai chiodi che penetravano la carne di milioni di sventurati senza nome.

Eppure, in una narrazione e in una purificazione mistica che prevedono altresì la salvazione, il Candomblé si sublima in Omulu, il solo spirito di origine umana, alla cui specie è infine concessa l’axé, l’energia universale che è in tutte le forme viventi.

 Il suono sordo dei tamburi battenti che ne scandiscono il ritmo, accompagnandone i balli rituali in un completo stato di trans, conduce alla meditazione, all’ascesi e infine alla divinazione.

Diffuso in tutto il continente africano, se ne trovano tracce in Portogallo e, quasi, dovunque, in America Latina, lungo quella che un tempo era la tratta degli schiavi, sebbene presenti variazioni tematiche da un luogo all’altro

È una religione di resistenza sofferente, che rimanda ad un dolore vivo e lancinante come quello provocato dai chiodi nella carne, ma infine prevede la salvazione con lo Spirito universale che è presente in tutte le cose viventi.

Il Candomblé di Salvador de Bahia

Fabio Falabella

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