Giuseppe Savino, un agricoltore innovativo in terra pugliese

Giuseppe Savino e vazapp
Giuseppe Savino e vazapp

Giuseppe Savino e Vazapp

Vive in campagna dai suoi quindici anni e, lavorandoci, sa cosa significa «vivere un’agricoltura di sacrifici». Sperimentandola in questi termini, ha deciso di cambiarla, e lo fa in una terra difficile e ferita. Col fratello Michele, agronomo, e il papà contadino da sempre, Giuseppe Savino coltiva le terre di Cascina Savino, nel foggiano.

Foggia è commissariata per mafia e il suo mondo agricolo è impietosamente marchiato dal caporalato, eppure ha «tante feritoie da cui escono punti di luce, che sono i numerosi giovani della nostra terra che, nonostante le difficoltà, agiscono nel bene, e lo fanno, obbligatoriamente, in maniera veloce

Esser veloci significa avere continuamente idee e progetti, senza farsi mai rallentare dagli scoraggiatori militanti, ovvero dalle zavorre umane.

Alla fine hai la sicurezza che fatto qui, si può fare ovunque. Questa consapevolezza è la nostra forza!

GIUSEPPE SAVINO
Giuseppe Savino | Campo di Girasoli

Dimentichiamo il contadino dell’immaginario collettivo

E sì che Giuseppe è velocissimo. Su ispirazione di don Michele de Paolis, con l’aiuto del quale scopre il suo daimon, Giuseppe Savino fonda Vazapp, primo hub rurale pugliese. Vazapp, che si avvale di svariati giovani professionisti in diversi ambiti, è in partnership ufficiale col Ministero dell’Agricoltura e cura tutto ciò cha la Rete Rurale Nazionale mette in atto coi giovani: sono coinvolti 21 regioni, 17 università e più di 800 giovani.

L’agricoltura delle relazioni

Da Vazapp nascono le Contadinner, cene tra agricoltori confinanti per conoscersi e parlare, cosa mai fatta prima, l’adozione dei melograni, il primo campo di tulipani in Puglia, il primo campo di girasoli colorati dentro cui si può passeggiare, lo speciale vigneto di Federico II, documentato nel programma RAI “Generazione Bellezza”.

Ma l’invenzione di Giuseppe Savino più imponente è l’agricoltura delle relazioni: un’agricoltura alternativa a quella tradizionale, innovativa e rivoluzionaria, che vede l’altro come opportunità e non soltanto come consumatore.

Puntare non alla quantità ma alla felicità

Non solo produzione a ettaro ma relazione a ettaro e il paradigma cambia completamente: da coltivare per produrre a coltivare per accogliere e per condividere la bellezza della terra.

All’agricoltura delle relazioni non interessa aumentare la produzione per assecondare la richiesta del mercato, perché «questo porta all’isolamento dei contadini e quindi a una loro minore crescita culturale e nei rapporti sociali, distruggendo la cooperazione, ossia l’antidoto all’individualismo.»

L’agricoltura delle relazioni sovverte l’economia stessa: niente intermediari, l’agricoltore decide il prezzo del prodotto, spesso inferiore a quello del supermercato, e il cliente raccoglie personalmente e acquista direttamente nel campo, tornando a casa rigenerato, perché conosce chi ci lavora, apprende la storia del prodotto e, in definitiva, sa cosa mangia.

Obiettivo di Cascina Savino nei prossimi due anni è produrre al 100% per le persone, redistribuire gli utili fornendo ai giovani altro lavoro e, chiudendo il cerchio, rendere il consumatore felice. «Dalla filiera così organizzata non ne esce scontento nessuno.»

La bellezza ci fa sussurrare un anelito di vita

Giuseppe apre il suo campo alle persone perché vuole vedere il loro sorriso. Per rendere possibili lo stupore e la connessione col Creato, i Savino contravvengono anche a regole agronomiche e, per esempio, il campo di girasoli colorati – rossi, bianchi, bianchi col cuore rosso o bianchi col cuore verde o i classici gialli – aperto al pubblico a metà luglio scorso, ­ha dei corridoi, per giunta inerbiti.

Per attraversarlo, per passeggiarci in mezzo come su un comodo tappeto verde, tornando a casa coi piedi non sporchi di terra e coi fiori raccolti! Il campo di melagrane, pur di essere accogliente, ha alberi meno ricchi ma permette alla gente di arrivare fino all’albero adottato per incontrarlo e per prenderne i frutti.

Nel momento in cui lasci andare, tutto si moltiplica: la storia dei tulipani

Giuseppe Savino e i Tulipani
Campo di Tulipani

Ma è con la storia, un po’ folle, dei tulipani che Giuseppe ha la certezza, straordinaria, che per la comunità i fiori sono solo il pretesto per intessere relazioni, per innamorarsi di un sogno e sognare tutti insieme un sogno più bello. Da sapiente comunicatore, Giuseppe comincia a raccontarla a marzo ogni giorno sui social, con foto e parole suggestive, con l’emozione di chi è radicato nella terra, suscitando pari emozione anche in chi con la terra non ha nulla a che fare.

Giuseppe pianta 50.000 tulipani immaginando di vedere persone felici nel suo campo multicolore, ma non fa i conti con la zona rossa del COVID, che non permette le visite.

Quando prende atto che circa 10.000 tulipani, dei 50.000, potrebbero non arrivare alla fine del periodo di zona rossa, Giuseppe non si lamenta né si arrende.

Grazie alla dedizione di associazioni come Il Cuore Foggia Clownterapia e Casa Sankara, e all’appassionata risposta di un crowdfunding, i tulipani arrivano a uomini e donne che nel campo comunque non potrebbero mai arrivare.

Giungono a pazienti e operatori di centinaia e centinaia di ospedali e di residenze per anziani, da Nord a Sud del nostro Paese. La gioia dei colori e del profumo dei tulipani di Giuseppe riesce a fare la felicità, comunque.

E quando al lockdown si aggiunge un forte vento e una gelata, «tulipani perfetti non ci sono, ci sono tulipani amati» e fanno il miracolo di contagiare con Amore e Bellezza persone sconosciute e lontane. Ma forse, prima dei tulipani, questo miracolo lo fa Giuseppe.

Il suo progetto non è di speculazione economica ma di diffusione di un modello, eppure quando per avviarlo chiede informazioni ad altri giovani coltivatori, trova solo bocche cucite. Persevera, e attraverso un’azienda olandese di bulbi, arriva alla signora Maria, che in Sardegna coltiva tulipani per far felici le persone, proprio come vuole fare lui. Maria, settant’anni, perde una figlia qualche anno fa e da allora, col marito e un piccolo team, fa sbocciare tulipani in terra sarda e con i proventi finanzia la ricerca per la cura dei tumori ovarici.

La condivisione delle esperienze

La cascina di Giuseppe Savino, insomma, è un laboratorio a cielo aperto: un’azienda che investe, accoglie e condivide i saperi.

Di solito, quando un agricoltore ce la fa, nasconde.

Noi invece vogliamo evangelizzare, permettendo ai giovani di rimanere, felici, nella loro terra.

Ciò che impariamo, o lo tratteniamo e sicuramente lo perdiamo o lo condividiamo e quindi lo moltiplichiamo.

Noi prototipiamo i percorsi attuati con successo e, rendendoli replicabili da chi ama la terra come noi, moltiplichiamo bellezza e felicità. 

“Sarete ricchi della felicità degli altri”, diceva don Michele; io aggiungo: e sosterremo con dignità il nostro lavoro. Ricchezza della felicità e sostenibilità economica sono direttamente proporzionali.

Giuseppe Savino

Ciò di cui mi prendo cura, cura: il senso della vita

Col suo sguardo lungo e profondo, Giuseppe nel tempo scardina anche la resistenza del padre che, come tutti i padri contadini di figli contadini, vuole vedere nei figli la concretezza. Giuseppe gli dimostra coi fatti che oggi la concretezza è anche creatività, ovvero qualcosa di immateriale, ed è così che suo padre «da ostacolo diventa alleato: certo non viene con me a fare le foto nel campo ma mi supporta nel lavoro agricolo quotidiano».  

Grazie al suo modello di agricoltura, Giuseppe, oggi quarantenne, ha dato valore alla sua esistenza:

Il per chi lavoro, e non il perché, mi dà la forza di alzarmi la mattina e di benedire il giorno, perché non vivo una vita che si consuma e finisce ma una vita che si moltiplica.

Giuseppe Savino
#STORYTELLER: LUCIANA PENNINO

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