GIAN PAOLO BARBIERI: L’uomo che ritraeva la “Dolce Vita” come le scene di film di Hollywood

La passione per la fotografia è iniziata quando era a scuola con gli amici. Al primo anno di ragioneria, appena sedicenni fotografavano i loro incontri. Innamorati del cinema, e del teatro, facevano il verso a delle pièce teatrali, a situazioni storiche o a dei romanzi, anche film in formato 8 millimetri. Poi Cinecittà, per cercare di lavorare in questo campo perché aveva capito che il suo mondo era quello della fotografia e del cinema, anche se non sapeva ancora cosa volesse dire esattamente.

A Roma, per pagarsi l’alloggio, con la prima macchinetta fotografica, faceva i test ai ragazzi di Cinecittà, poi sviluppava la pellicola. Nella pensione in cui dormiva aveva il permesso di usare il bagno di notte, così poteva stampare le sue foto, le metteva sotto il letto ad asciugare e al mattino le consegnava «Poi qualcuno ha visto le mie foto – racconta – questa persona conosceva mio padre, mi disse: “Tu hai una sensibilità pazzesca e sei tagliato per fare la moda”. Io ero felice, ma non avevo idea di cosa fosse la moda. Ma da lì ebbe inizio un nuovo capitolo della mia vita».

Così ha inizio un nuovo ed entusiasmante capitolo della vita di Gian Paolo Barbieri, l’esperienza con Vogue Italia, e la realizzazione delle più grandi campagne pubblicitarie per marchi internazionali come Valentino, Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Armani, Bulgari, Chanel, Yves Saint Laurent, Dolce & Gabbana, Vivienne Westwood e tanti altri con i quali ha interpretato le creazioni degli anni ´80, rappresentando il Made in Italy e il prt-à porter italiano nel mondo.

Da sempre ispirato dal cinema italiano con il Neorealismo di Visconti, Pasolini, Rossellini, capì che con pochi mezzi è possibile creare capolavori. Il cinema noir degli anni ‘40/’50, più ricco di possibilità, grazie al quale ha iniziato a studiare l’importanza delle luci, della posizione della camera e degli obiettivi usati. «In generale ho sempre tratto ispirazione da tutte le arti e la commistione di queste mi ha aiutato ad esaltare quell’allure di seduzione femminile che ho sempre voluto trasmettere nelle mie fotografie. Il mio nord e il mio sud è sempre stato Richard Avedon».

Non ha mai seguito regole, anzi, le ha usate solo per trasgredire, convinto che per l’artista l’unica cosa che realmente conti sia la creazione: svegliarsi nel mezzo della notte con delle nuove idee da realizzare. Seguono studio e ricerca, necessari per dare un senso evocativo all’idea disegnata nella mente.

Il suo stile è molto istintivo. Le fonti di ispirazione provenienti dall’arte sono state fondamentali, punto di partenza per dare forma alle cose immaginate dalla sua mente. Si tratta di qualcosa che è diventato riconoscibile con il tempo, niente di costruito, è tutto emerso spontaneamente. Le donne che hanno incontrato il suo obiettivo sono  personaggi come Diana Vreeland, Yves Saint Laurent e Richard Avedon, le attrice più iconiche di tutti i tempi da Audrey Hepburn a Veruschka e Jerry Hall.

«Ho sempre cercato un concetto seducente nelle mie fotografie perché ritengo che la fotografia debba sedure e attrarre; amo la bellezza, ritengo che la stessa crei la ragione. Si tratta di un’unione di elementi, provenienti dal soggetto che ho di fronte e da me, e tutti confluiscono nell’idea che ho immaginato. Per me, la scelta del soggetto rappresenta il 70% della fotografia».

Di ritorno a Milano dopo un’importante esperienza parigina da Harper’s Bazar, apre il suo primo studio fotografico. Comincia a lavorare nella moda scattando semplici campionari e pubblicando servizi fotografici su Novità, la rivista che in seguito nel 1966 diventerà appunto Vogue Italia. Inizia così la sua collaborazione con Condè Nast, pubblicando anche su riviste internazionali come Vogue America, Vogue Paris, Vogue Germania. L’esperienza lavorativa più emozionante che ha vissuto, è stata proprio all’inizio della sua carriera, i 20 giorni trascorsi con Kublin. «Tre mesi dopo esser stato a Milano mi arrivò una lettera che diceva che ero invitato ad un appuntamento all’Hotel Winsor di Parigi con Tom Kublin, uno tra i fotografi più in voga dell’epoca, per fare delle collezioni lì. La prima cosa che Tom Kublin mi disse fu: “Stai con me 2 giorni. Se funzioni fai le collezioni, se non funzioni torni a Milano. E non venire conciato così in studio” (avevo indossato uno dei migliori vestiti che avevo). Furono di gran lunga i 20 giorni più duri della mia vita. Si finiva di lavorare alle 4/5 del mattino. Avevo a mala pena 20 anni, io da ultimo della catena, prendevo i vestiti al mattino, andavo in giro per Parigi porta per porta a suonare i campanelli degli stilisti, Dior, Saint Laurent. Poi andavo al laboratorio per fare i test. Dopo prendevo un taxi per andare da Monsieur Gramela che stampava il bianco e nero per Kublin. Arrivate le 12, andavo in hotel a portare i test e poi avevo un paio d’ore di pausa. In questo lasso di tempo potevo mangiare, dormire, lavarmi, insomma fare tutto. Entravo in vasca con una mela in bocca e le vitamine. Poi però un giorno ho avuto la mia soddisfazione. Kublin mi chiese uno sfondo ispirato a Chagall, perché Dior quell’anno si ispirava ai colori di quell’artista. Mi chiese quindi di preparargli qualcosa che richiamasse quei colori. Chagall era tra i miei autori preferiti. Lo studio di Chagall era impresso nella mia testa, lo conoscevo a memoria. Ho comprato mimose e gladioli, una cinquantina di boccette e bicchieri, uno diverso dall’altro, mischiai in terra i suoi colori e ho ricreato lo studio di Chagall. Terminato l’allestimento, sento Tom scendere le scale ed a un certo punto bloccarsi. Mi giro e lui era lì, sbalordito. Mi guarda e mi dice “ma io non ti avevo mica chiesto tanto”. È stata dura ma alla fine dei 20 giorni mi ha detto di non aver mai avuto un assistente così».

Occhio, mente e cuore per una fotografia come la sua, una fotografia d’emozione in cui storia, cinema e arte si fondono. L’intensità delle sue opere è il risultato di una grande competenza strumentale delle luci, delle macchine «Solo se conosci le regole puoi trasgredire» ama ripetere. Nell’arte, tutto si ricicla, tutto torna. Omaggi, ispirazioni, non è mancanza di idee. In molte foto c’è un richiamo esplicito come “Caccia al ladro” di Hitchcock, la pellicola con Grace Kelly e Cary Grant che ha ispirato le sue foto per Vogue scattate a Santa Margherita Ligure e Portofino. Come per la pellicola Casablanca, i cui scatti per Valentino, con Simonetta Gianfelici, hanno fatto la storia, e oggetto di simpatici aneddoti come la ricerca di un aereo a elica, conclusasi positivamente, con non poche difficoltà, a Ciampino.

Scavare tra i ricordi del Sig. Barbieri è ascoltare un racconto affascinante a tratti surreale. Tante le “stranezze da star”, come lo shooting dell’eterea Audrey Hepburn che si presentò in studio, con le “scarpine da casa” custodite nella sua Hermes, per non sporcare il fondo bianco. Come lo scatto nel 1974 con Jill Kennington che gli è particolarmente caro, proprio per la difficoltà della realizzazione. Scattato nel porto di Port Sudan, quando gli hanno concesso il fermo di tutta l’attività portuale perché in quel periodo frequentava Khashoggi. Sua moglie Soraya voleva fare la fotografa ed era curiosa di sapere con quali apparecchi fotografici poteva realizzare delle belle immagini. Venne piazzata una gru ai piedi di un hangar sul quale lui, e Jill, la sua assistente, si arrampicarono. Salirono su una scala dei pompieri per raggiungere un tetto molto inclinato sotto un sole cuocente, rischiando di scivolare. Alla gru venne agganciato un cammello. «La mia prima idea fu di avere un rinoceronte ma non fu possibile. Mi accontentai del cammello il quale venne sollevato da terra fino all’altezza del tetto del capannone. Il padrone del cammello lo faceva scendere immediatamente appena arrivava a portata di obiettivo perché voleva 20 dollari ogni volta che lo sollevava.  Io lanciavo dall’alto i 20 dollari e disgraziatamente quando si presentava il momento giusto per scattare, il cammello girava su sé stesso e non riuscivo a prenderlo di profilo come lo volevo io».

Negli anni ´90 inizia una nuova fase della sua fotografia, Barbieri è letteralmente rapito da culture e paesi lontani da cui trae continua ispirazione. La fotografia, testata nei viaggi attraverso la scoperta di luoghi ancora poco esplorati, era per lui una cosa nuova. Così ha pensato di lavorare in esterno con la luce naturale, “costruendo” lo scatto come se si trovasse in studio. Un infinito numero di difficoltà, sia tecniche che pratiche, superate grazie alla sua determinazione e alla passata esperienza nel campo fashion. Barbieri ha avuto la capacità di conferire ad uno scatto etnografico l’allure della fotografia di moda. «Capii che il comune denominatore è l’approccio al lavoro fotografico: è lo stesso sia per il set di moda che per i lavori etnografici». Le nuove tecnologie hanno cambiato completamente il mercato della fotografia, i tempi di consegna sono più stretti e la possibilità di correggere l’immagine è più veloce. Al giorno d’oggi, si conta più sulla postproduzione che sull’accuratezza dello scatto. E poi, nell’era dei social network, è molto più semplice diventare fotografi e modelli; così la gente si è disabituata a fare dei sacrifici per ottenere un buon risultato.

Ad un certo punto della sua vita Barbieri, ha realizzato quante fotografie avesse scattato e ha sentito la necessità di dare un senso a tutto ciò attraverso la Fondazione Gian Paolo Barbieri che si occupa di conservare, catalogare, proteggere e rendere accessibile l’intero archivio affinché possa diventare un punto di riferimento anche per i fotografi emergenti e per tutti coloro che hanno il desiderio di avvicinarsi a questo mondo. A chi gli domanda quali siano le caratteristiche fondamentali per svolgere questa professione risponde:

«Avere le energie pronte per dimostrare che si è in grado di fare questo tipo di lavoro. Il fotografo deve saper cogliere quei particolari che le persone comuni non vedono. Il resto lo fanno la cultura e la sensibilità del singolo. Cercare di captare la sensibilità e la personalità del soggetto che si ha di fronte, che sia un corpo o che sia un fiore. Vorrei tramandare la conoscenza e la consapevolezza culturale grazie alla quale un lavoro può diventare un capolavoro».

Quale è lo scatto che non ha ancora realizzato ma che desidererebbe realizzare?

«Le foto che vorrei ancora realizzare sono sogni nel cassetto che fanno parte di progetti più grandi: mi piacerebbe fare un libro sulla Sicilia. Vorrei trovare e ricostruire la bellezza che ho incontrato nel periodo delle prime foto scattate per Pomellato, che mi ha permesso di realizzare un catalogo fatto di quei bellissimi posti.

Spero non vada persa la testimonianza di un’evoluzione che c’è stata sia nella fotografia che nella moda, di cui anche io ho fatto parte.

Poi qualcuno ha visto le mie foto, questa persona conosceva mio padre, mi disse: “Tu hai una sensibilità pazzesca e sei tagliato per fare la moda”. Io ero felice, ma non avevo idea di cosa fosse la moda. Ma da lì ebbe inizio un nuovo capitolo della mia vita».

Classificato nel 1968 dalla rivista Stern come uno dei quattordici migliori fotografi di moda al mondo vince il premio Lucie Award 2018 come Miglior Fotografo di Moda Internazionale

Ispirato dal cinema italiano con il Neorealismo di Visconti, Pasolini, Rossellini, e dal cinema noir degli anni ‘40/’50 Barbieri, muove i primi passi come fotografo. Studia l’importanza delle luci, della posizione della camera e degli obiettivi usati. «In generale ho sempre tratto ispirazione da tutte le arti e la commistione di queste mi ha aiutato ad esaltare quell’allure di seduzione femminile che ho sempre voluto trasmettere nelle mie fotografie. Il mio nord e il mio sud è sempre stato Richard Avedon».

Di ritorno a Milano dopo un’importante esperienza parigina da Harper’s Bazzar, apre il suo primo studio fotografico, comincia a lavorare nella moda scattando semplici campionari e pubblicando servizi fotografici su Novità, la rivista che in seguito nel 1966 diventerà appunto Vogue Italia. Collabora con Condè Nast, pubblicando anche su riviste internazionali come Vogue America, Vogue Paris, Vogue Germania.

Così ha inizio un nuovo ed entusiasmante capitolo della vita di Gian Paolo Barbieri, l’esperienza con Vogue Italia, e la realizzazione delle più grandi campagne pubblicitarie per marchi internazionali come Valentino, Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Armani, Bulgari, Chanel, Yves Saint Laurent, Dolce& Gabbana, Vivienne Westwood e tanti altri, con i quali ha interpretato le creazioni degli anni ´80, rappresentando il Made in Italy e il prt-à porter italiano nel mondo.

«Non ho mai seguito regole le ha usate solo per trasgredire». Convinto che per l’artista l’unica cosa importante sia la creazione: svegliarsi nel mezzo della notte con delle nuove idee da realizzare. Seguono studio e ricerca, necessari per dare un senso evocativo all’idea disegnata nella mente.

Il suo stile è molto istintivo. Le fonti di ispirazione, provenienti dall’arte, sono state fondamentali, punto di partenza per dare forma alle cose immaginate dalla sua mente. Si tratta di qualcosa che è diventato riconoscibile con il tempo, niente di costruito, è tutto emerso spontaneamente. Hanno incontrato il suo obbiettivo, personaggi come Diana Vreeland, Yves Saint Laurent e Richard Avedon, le attrice più iconiche di tutti i tempi da Audrey Hepburn a Veruschka e Jerry Hall.

«Ho sempre cercato un concetto seducente nelle mie fotografie perché ritengo che la fotografia debba sedure e attrarre; amo la bellezza, ritengo che la stessa crei la ragione. Si tratta di un’unione di elementi, provenienti dal soggetto che ho di fronte e da me, e tutti confluiscono nell’idea che ho immaginato. Per me, la scelta del soggetto rappresenta il 70% della fotografia».

Valentina Nasso

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