FARE, AVERE… ESSERE.

Al giorno d’oggi, assistiamo ad una crescente iperattenzione verso il corpo: un desiderio di perfezione fisica, assenza di rughe, niente cellulite e difetti. Tutto questo va anche bene se lo scopo finale è la salute o la soluzione di blocchi psicologici determinati da un inestetismo. Ma quando tutto ciò diventa un circolo vizioso da cui non si riesce più ad uscire? Quando questa corsa verso la perfezione diventa un affanno quasi maniacale? Il corpo in un determinato modo, le labbra, il trucco in un certo modo, quasi da non sembrare mai abbastanza? E soprattutto qual è questo “certo modo”? Spesso neanche lo sappiamo più, l’abbiamo mutuato e basta, quasi ingoiato, dalla televisione, dal web o dalle riviste. Questo “modo” sembra diventato più che altro una compulsione: “devo avere di più… devo fare di più” senza mai fermarsi, senza mai rilassarsi, una tensione continua.

Parallelamente alla ricerca di perfezione del proprio corpo, parte la caccia all’abito all’ultima moda, alla borsa o alle scarpe griffate che magari neanche posso permettermi, ma che devo avere ugualmente. Fare fare fare… Avere avere avere…
Poi, quando ti fermi, se mai riuscirai a farlo e ti chiedi: “Ora sono felice? Sono soddisfatto?”
Quale sarà la tua risposta? Molte volte non riusciamo a trovarla e ci sentiamo anche più scarichi e insoddisfatti di prima, per questa continua tensione e ricerca dell’oggetto.
A me, solo nel descrivere questa modalità compulsiva di fare fare fare e avere avere avere, è venuto l’affanno e mi s’è bloccato il respiro…
Mi viene un’immagine legata alle storie che mi raccontavano nell’infanzia: il Bianconiglio di “Alice nel paese delle Meraviglie”, che corre senza mai fermarsi continuando a ripetere: “È tardi! È tardi, sai? Io sono già in mezzo ai guai! Neppure posso dirti “ciao”: ho fretta! Ho fretta, sai?”. E la piccola Alice, vedendolo, comincia anche lei la corsa senza sapere cosa e chi stia rincorrendo, risucchiata da questo vortice.
È vero che, oggi, è il contesto sociale che ci riconosce e ci valuta per quello che “abbiamo” e per quello che “facciamo” e, come Alice, finiamo per essere contagiati da questo; purtroppo quello che abbiamo e facciamo, molte volte, non rappresenta quello che vogliamo o che preferiamo, ecco perché sentiamo spesso un senso di non appagamento. Entriamo in un circolo vizioso dove questo vuoto ci spinge in modo avido a ricercare sempre di più, senza riuscire a trovare soddisfazione perché non partiamo da un bisogno interno reale.
È ovvio che la società non è un’entità astratta ma siamo noi, adattati totalmente a dei retaggi: molte volte è più facile seguire un sentiero già battuto da altri, che ha avuto un discreto successo, piuttosto che seguire una strada propria senza sapere a che risultato andremo incontro. E allora diventiamo delle copie, dei cloni, molte volte fatti bene, molte volte fatti male, di qualcosa di visto e rivisto. Il risultato è l’appiattimento che vediamo e che sentiamo.

Cosa significherebbe per noi fermarci e interrompere questo fare e avere che ci mette in perenne attività?
Probabilmente entrare in contatto con quello che siamo realmente.

Come sarebbe questo incontro con noi stessi?
Forse neanche ci siamo mai fermati realmente per trovarci e neppure sappiamo come potrebbe essere questo ritrovarci.

Propongo ad ognuno, un piccolo esperimento da fare: immagina di essere avanti ad uno specchio e di liberarti dalla maschera di silicone e di trucco, dall’espressione solita che hai e che ti sei costruito. Il risultato sarebbe l’incontro con il vero me stesso, con la mia espressione spontanea, con le rughe che segnano e raccontano quello che ho passato, quello che sono adesso. Sono io, nella mia unicità, con la mia storia, con le mie emozioni, con il mio sentire.
Incontrare se stessi è emozionante, può essere doloroso, fa spavento molte volte e forse quello che più ci fa paura è che, quel volto, con la sua storia, venga letto dall’altro. Per questo scegliamo di nasconderci dietro tanto trucco o dietro le cose che possediamo per creare una barriera.
A volta credo che questo fare e avere le cose sia un modo per controllare, prevedere le situazioni ed essere prevedibili: se ci somigliamo, se ci appiattiamo tutti, non ci sono sorprese! Difendiamo noi stessi e ci difendiamo dall’altro.
Il problema è che l’appiattimento lede la nostra unicità, il nostro essere creativi. Rinunciamo ad essere risorsa per l’altro e per noi stessi, ma soprattutto evitiamo lo scambio: se siamo tutti uguali lo scambio non esiste, perché è la diversità che arricchisce e crea lo scambio stesso. Ci preserviamo dal contatto reale, dal contatto pieno con l’altro, dall’intimità data da due “esseri” che si incontrano e si vedono per quello che sono, e non per quello che hanno e fanno, che corrono il rischio di piacere e non piacere. Ma d’altronde piacere a tutti ad ogni costo affatica, implica uno sforzo: spesso significa sacrificare necessariamente qualcosa e questo qualcosa molte volte è la nostra essenza.
Credo valga la pena rischiare di perdere qualcuno a cui non piacciamo per come siamo, per darci la possibilità di incontrare noi stessi e incontrare l’altro in una relazione autentica, interrompendo la corsa del fare e avere, sentendo finalmente pienezza.

DOTT.SSA CAROLINA ALFANO
Psicologa, Psicoterapeuta
in Gestalt e Analisi Transazionale
Docente IGAT

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