DONALD TRUMP: L’ASCESA DI UN COW BOY DA FAR WEST

È stato Donald John Trump, l’imprenditore e tycoon televisivo settantenne, figlio di un facoltoso costruttore immobiliare di New York, a vincere il rush finale nella lunghissima corsa alle elezioni presidenziali nordamericane, divenendo così il 45° presidente nella storia della Repubblica dalla bandiera a Stelle e strisce. Ha battuto, contro ogni pronostico, Hilary Clinton: la ex first lady, candidata forte dell’establishment democrat, che riscuoteva consensi sia nell’elettorato bianco e benestante che tra le fasce di popolazione di immigrati latini, neri in testa, grazie all’appoggio esplicito alla sua candidatura del chief in charge uscente Barack Obama.

Di tutt’altro piglio – politically incorrect per definizione e atteggiamento, fonte inesauribile di battute e apprezzamenti sessisti spesso oltre il limite del malcostume, in guerra perenne con il fisco – Trump è un personaggio molto chiacchierato, che si odia o si ama. E che con la sovraesposizione mediatica, sovente cercata con espedienti di pessimo gusto, ha costruito la sua immagine pubblica, sbaragliando i concorrenti politici che, anche tra i repubblicani, gli sono venuti a tiro di schioppo nei mesi passati con il tono truce e irriverente del vecchio cow boy da far west: lascia intravedere tratti di megalomania, vive tra alberghi e grattacieli che hanno stampato il suo nome griffato tra stelle dorate, non nasconde rigurgiti razzisti e vicinanza alle potenti lobbies delle armi (Rifle Association) e degli integralisti cattolici del Tea Party. Vuole costruire un muro tra Usa e Messico contro gli immigrati e, nel migliore dei casi, si rapporta al gentil senso pensando alle donne come a un oggetto, un trofeo da possedere, esibire, di cui godere e raccontare goliardicamente agli amici, come in una saga ambientata nel peggiore motel di provincia del Kentucky tra due ubriaconi al bancone del bar.

Due Americhe molto diverse e che si stanno scontrando da tempo, quella di Clinton e di Trump, che pure la divisione dicotomica ai seggi di queste ore ha dimostrato avere radici profonde in termini di contrapposizione, risalire agli anni ‘60 del secolo scorso e alimentarsi dei desideri ma, anche e soprattutto, forse, delle ansie, delle paure, dei timori e degli egoismi che da sempre animano il Paese della caccia ai nativi, della corsa all’oro e dello sterminio del bisonte. “The winner take all”, del resto, è la formula usata per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, mutuata dal modello del poker da saloon con tanto di donnina al pianino in cui vince il più forte o chi spara meglio e prima. Trump ci è riuscito, facendo di necessità virtù: fagocitando, strumentalizzando e monetizzando lacerazioni e insicurezze profonde di una classe media che non crede più al sogno americano, pur essendo ancora pronta ad inneggiare con evocazioni bibliche, come a un nuovo dio pagano, e a gettarsi tra le braccia dell’agnello dal vello d’oro e dal portafogli di trilioni di dollari, incoronato da un enorme parruccone giallo Platinette, rifugio adorato della sua aquila tenuta in cattività e lanciata in pasto al pubblico nei primi spot elettorali.

 

Fabio Falabella

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