Dimmi quali lingue parli e ti dirò chi sei

JhumpaLahiri e il fascino dell’italiano. Di una lingua ci si può innamorare perché in alcune parole, e nei loro fonemi, possiamo scorgere luci, colori, sapori.

Quando si parla di teoria della relatività, la mente corre a Einstein e alla fisica. Non molti sanno che una meno famosa teoria della relatività esiste anche in linguistica, quella branca della scienza che si occupa di studiare il linguaggio umano. Secondo questa teoria, conosciuta col nome di “ipotesi della relatività linguistica”, è la lingua che parliamo a determinare il modo in cui esistiamo nel mondo, influenzando i nostri pensieri, le nostre percezioni, la nostra cultura. In altre parole, è la lingua che parliamo a renderci le persone che siamo, limitando o ampliando i nostri orizzonti, donandoci parole con cui catalogare la realtà.

Facciamo un semplice esempio. A quanti tipi di pasta riuscite a pensare? Se vi mostrassero una tavola imbandita con penne, chitarrine, fusilli, rigatoni e cavatappi, con ogni probabilità sareste in grado di assegnare a ogni tipo di pasta il proprio nome. Questo accade perché nella nostra lingua, l’italiano, abbiamo le parole per definire ciò che per uno straniero è semplicemente, unicamente, “pasta”, poiché nella nostra cultura il cibo ha un valore speciale e caratterizza un prezioso, quasi sacro, momento di socializzazione.

Capita così che gli occhi di un italiano riescano a vedere diverse tipologie di pasta laddove un eschimese ne riconoscerebbe una; allo stesso modo un eschimese potrebbe utilizzare oltre cinquanta parole per indicare diversi tipi di neve laddove un italiano reputerebbe il ghiaccio tutto uguale. Quanta realtà è in grado di scorgere e discernere, dunque, chi parla più di una lingua?

JhumpaLahiri, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2000, ce lo racconta nel libro In altre parole, l’appassionante e tormentata storia d’amore tra la scrittrice e la lingua italiana.

Lahiri, infatti, porta dentro di sé tre diversi mondi, ciascuno caratterizzato dalla propria voce e la propria sensibilità. Nata da una famiglia di immigrati bengalesi, infatti, fu nella lingua indiana che conobbe e imparò ad esprimere l’affetto materno. Crebbe e studiò, tuttavia, negli Stati Uniti, dove raggiunse il successo con la sua prima raccolta di racconti, L’interprete dei malanni, rendendo l’inglese la lingua del suo lavoro e della celebrità.

Fino a che, un bel giorno, passeggiando tra le strade di Firenze, s’innamorò. S’innamorò di una sensazione, di un suono, di parole come “chiarore” e “stralunato”, contenenti nei loro fonemi forse luci, forse colori, forse sapori che l’autrice sentiva risuonare con la propria anima. «In molti, sia in Italia che qui, mi chiedevano perché parlassi italiano e non volevo continuare a spiegarlo.– racconta l’autrice – Avrei semplicemente voluto dire: “perché no?” (…) Non c’è una ragione, la ragione sono io».

Nonostante pensasse l’amore in bengalese e usasse l’inglese per la propria professione, Lahiri decise di compiere un gesto di coraggio e di totale devozione alle parole: scrivere in italiano. Poiché l’italiano, per lei, è libertà: ciò che le permette di scorgere, discernere e, infine, raccontare una nuova realtà.

 

Eleonora Bruttini

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