Covid-19 : esperienza in corsia

Nunzio Crispino

Covid-19

Sono Nunzio Crispino, un infermiere che lavora presso l’ Ospedale Cardarelli di Napoli nel reparto di terapia intensiva.

Ricordo perfettamente il mio primo contatto con il Covid-19.

Era una mattina di marzo come tante, la primavera era alle porte, il sole tiepido mi accompagnava mentre mi recavo a lavoro.

Doveva essere un turno come gli altri, invece mi contatta il dirigente infermieristico avvisandomi che sarei stato trasferito per 15 giorni con il ruolo di tutor nel nuovo reparto di terapia intensiva Covid 19 padiglione H.

Non riuscì a dire una parola. Il mondo addosso.

Mille pensieri affollavano la mia mente, ero completamente sopraffatto dalla paura.

La paura di un contatto diretto con i malati, la paura di tornare a casa dalla mia famiglia.

Come avrei potuto gestire tutto ciò?

Il primo giorno nel nuovo reparto non lo dimenticherò mai, non dimenticherò mai quando mi trovai al cospetto della malattia.

Ero inerme, spiazzato di fronte a tanta sofferenza e benché fossi attrezzato per affrontarla – indossavo tutti i presidi necessari- mi sentivo nudo, vulnerabile.

Tirai un sospiro, chiusi gli occhi per alcuni secondi e iniziai il giro come di consueto.

Ero in una bolla, tutto sembrava essersi fermato: emozioni, dolore, rabbia ma solo apparentemente. Tutto si muoveva sotto i miei occhi in modo quasi impercettibile: lo sguardo dei pazienti, il loro chiedere aiuto senza emettere un fiato che incrociava lo sguardo di compassione dei medici, le carezze, i sorrisi degli infermieri per infondere forza, la paura di non superare la notte.

Ero immobile, tutto questo era troppo anche per me che ho scelto di fare l’infermiere nella vita.

Tanta sofferenza, troppa.

Tutto era così confuso nella mia mente, combattere contro una malattia di cui non si conosceva assolutamente nulla. Poi, al di là di ogni mia aspettativa, la mia paura si trasformò in determinazione e la determinazione a poco a poco in forza.

Combattevamo contro un nemico invisibile, tutti insieme: medici, infermieri, al di là del proprio ruolo, eravamo in battaglia per i pazienti che lottavano tra la vita e la morte.

Nessuno parla di come i dispositivi previsti per difenderci dal Coronavirus siano una trappola, di come ti limitino nei movimenti e di come la mascherina ti segni il volto.

Anche ciò che ti protegge può far male, ma è necessario, come necessario è stare a casa in questo momento.

Ho sperato, abbiamo sperato tutti noi nel reparto che la gente fuori capisse la gravità della situazione e quanto fosse importante evitare il contagio.

Restare a casa era ed è l’unica scelta sicura per la salute di tutti.

La dedizione e il nostro impegno non bastano. Restare a casa è un gesto di amore per sè stessi e per le persone a cui teniamo.

Al mio rientro a casa avevo un’espressione di terrore che cercavo di mascherare con tutte le mie forze.

Crollai e raccontai tutto a mia moglie. Dopo alcuni istanti si alzò dalla sedia, io rimasi al tavolo con la testa tra le mani.

“Ho pensato a tutto io! Ho diviso gli ambienti così da dedicarti degli spazi per rilassarti – disse mia moglie con un sorriso soddisfatto ricomparendo in cucina.

A quel punto le chiesi se avesse paura.

“Certo! Come potrei non averne, ma questo è il tuo lavoro, hai scelto di salvare vite e io come moglie non posso non condividerle e non posso che essere fiera di te”.

Da quel momento non ho più lasciato il reparto e ho scelto di non farlo fino alla fine dell’emergenza. Nonostante la comprensione di mia moglie preferisco evitare ogni tipo di contatto.

Ho rinunciato a tanto: alle carezze di mia figlia che soffre la mia mancanza, all’affetto di mia moglie, ai suoi baci, ai suoi abbracci, alle cose semplici della vita che la riempiono ogni giorno. Vivo costantemente con il terrore di ammalarmi. Questa situazione ti divide il cuore in due, tra il senso di responsabilità nei confronti del tuo lavoro e l’amore dei tuoi cari.

Sono certo che tutto questo lascerà in me come nei miei colleghi dei segni indelebili.

Con tutto il cuore vi prego, restate a casa.

Fate in modo che i nostri sacrifici non siano vani.

Nunzio Crispino

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