Cosa mina la libertà di stampa in Italia? Ne parliamo con Amalia De Simone

Amalia De Simone è giornalista del Corriere.it e videoreporter d’inchiesta, sempre pronta a raccogliere informazioni di prima mano, ad indagare sul campo e non semplicemente dietro ad un PC. Onesta, diretta e appassionata del suo lavoro, da poco il Presidente della Repubblica Mattarella l’ha nominata Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana «per il suo coraggioso impegno di denuncia di attività criminali attraverso complesse indagini giornalistiche».

Con De Simone abbiamo discusso della libertà di stampa e si è espressa in maniera favorevole circa le giornate dedicate a tale argomento perché attraverso le varie iniziative si può parlare del tema ed averne più consapevolezza.

Chiedendole, invece, se ci sia veramente la Libertà di Stampa in Italia, risponde diretta e accorata che nel nostro paese: «abbiamo un problema causato da una legislazione carente». Ci sono tre elementi che, tra l’altro, minano la libertà di stampa che: «messi insieme – spiega la giornalista che collabora anche con la RAI – sono un composto perfido e pericoloso. Il primo è il precariato e gli stipendi bassi che percepiscono i giornalisti. Alcuni editori si deresponsabilizzano rispetto al loro ruolo e molti colleghi non hanno le giuste tutele e non hanno accesso ai servizi minimi, come ad esempio la previdenza sociale». Lei stessa si pone la domanda sul perché: «Un giornalista precario e mal pagato dovrebbe occuparsi del lavoro d’inchiesta quando non ha nessuna garanzia, un editore che gli copre le spalle e deve farsi carico delle spese legali?».

Altro aspetto critico: «è la Querela temeraria, lo strumento più in voga per fermare il giornalismo d’inchiesta. Quando un articolo è scomodo o si ha di fronte un giornalista rompiscatole, si fanno partire querele che non hanno alcun fondamento. Così il giornalista è costretto a difendersi tramite un avvocato e se il giudice non chiede l’archiviazione, si è costretti ad affrontare un’udienza preliminare o ad andare a processo. Partono così processi lunghissimi e sul giornalista e il suo lavoro pende una spada di Damocle. Non c’è nulla che possa arginare quest’uso distorto della giustizia e non c’è nulla che possa scoraggiare ad usare tale strumento. Attualmente non c’è nessuna legislazione che si occupa delle querele temerarie».

Conclude: «ciò che mina fortemente la libertà di stampa è la delegittimazione sui social dei giornalisti. Vieni attaccato da profili fake vicini ai politici o ai potenti su cui stai indagando e molti di questi si rifiutano di essere intervistati. Molti si affidano al tweet o mandano un comunicato stampa e il giornalista non ha la possibilità di porre loro delle domande. Ma non ci si può sottrarre ad un’intervista per poi utilizzare un post su facebook o su twitter. Il racconto della politica oggi avviene in questo modo e ciò lede la libertà di stampa che deve essere intesa come diritto/dovere del giornalista di lavorare ed esprimersi ma è anche il diritto del cittadino di essere informato. Ogni atto di silenzio mina la libertà».

Gabriella Galbiati