Charles Bukowski

CHARLES BUKOWSKI

Non si sa chi fosse il dio di Bukowski.

Classificare i suoi pensieri, definire le sue emozioni, giudicare i suoi pregiudizi potrebbero risultare esercizi di stile puramente improduttivi che Hank stesso rigetterebbe.

Ne sarebbe annoiato, forse straziato, perché Bukowski aborriva ogni definizione, ogni posizione netta: è l’ubriacone iconoclasta, l’antisociale autoesiliato nel suo stesso tessuto, che manifesta ad ogni respiro il disagio per il moralismo ottuso della borghesia che l’avviluppa.

Corre, anzi barcolla, in direzione contraria per non rischiare di diventare come gli altri. 

Ha la lucida consapevolezza di appartenere alla società del New Deal che scopre il sogno americano post grande depressione e che sembra boicottare inesorabilmente ogni possibilità di esempio negativo, per ripristinare una critica all’interno del sistema, come sua semplice inversione.

Ciò che Bukowski cerca di realizzare con la scrittura non è trasformare la realtà, né tantomeno elargire insegnamenti di vita, ma scavarla, esplorarla disperatamente, centimetro per centimetro alla ricerca di un sentimento, di un’emozione immortale.

Come immagina Dio? 

Coi capelli bianchi, la barba lunga e niente uccello. 

Era un Eterno immorale distruttore di certezze, procacciatore di speranze. 

Il dubbio come unico albore di una notte intensa in cui la speranza risorge eterna come un sole pallido, tra stanze funestate. 

Penne, alcol, puttane, ospedali le sue lauree nell’università della vita che ha solo e soltanto osservato ai margini, come in un teatro, cercando di assaporarla intensamente e vivendola da spettatore non pagante.

Il suo Dio forse era il verso, la riga successiva, come un cocainomane, pippa-parole. Perché la vita non ha un verso, non è una strada, ne ha diVersi perché è un labirinto in cui è dolce appartarsi in precario equilibrio nell’impermanenza delle nostre frustrazioni e speranze. 

Come una grigia cornice di un quadro ancor più provocatorio, dissacrante e profondo come le sue dipendenze e debolezze.  

Saltava i pasti, si ubriacava e si sforzava di diventare uno scrittore. Le sue letture andava a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggeva gli entrava dentro, niente entrava in empatia con le strade o con la gente che le percorreva.

Tutti giocavano con le parole e i cosiddetti grandi scrittori non dicevano un accidenti di niente.

Tirò giù dagli scaffali un libro dopo l’altro. Perché nessuno diceva niente? Perché nessuno gridava? Perché nessuno impazziva? 

La sezione dei libri religiosi non era che un vasto acquitrino. Passai al reparto filosofia. Provai con la matematica, ma era esattamente come la religione, mi scorreva sopra senza lasciar traccia. Ovunque cercassi, non trovavo niente che mi interessasse”.

“Fante era il mio Dio e io sapevo che gli dei vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta”. 

Non si sa chi fosse davvero il suo dio. 

Ma sappiamo che Bukowski rappresenta un fulgido bagliore, uno specchio in cui riflettere inquietudine e dilemmi, che come i grandi dogmi, non trovano risposta. 

Un eterno punto interrogativo, una perpetua diffida. 

Ci ha insegnato che non ambire è un’ambizione, che è meglio avere domande giuste che risposte improvvisate, che la follia talvolta è un eccesso di lucidità e che “alcune persone non impazziscono mai”. 

Che vita orribile hanno deciso di condurre…

STORY TELLER: LUIGI D’ANDREA

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