CERVELLI CHE FUGGONO, CUORI CHE RESTANO

Gaia, Simona, Alessandra. Tre giovani donne italiane che hanno scelto di costruire il proprio futuro in un altro Paese. Le loro storie personali, in realtà, sono sovrapponibili a quelle di molti altri loro coetanei. Quella dell’emigrazione è la storia di un’intera generazione. Prima quella dei nonni, ora quella dei nipoti.

Gaia ha 29 anni e vive in Francia, ad Aix-En-Provance. È cresciuta a Trapani, insieme alla sua famiglia, fino ai 18 anni, “poi sono andata a Roma, alla Sapienza, e mi sono laureata in Lettere con indirizzo spettacolo. Ho continuato con la specialistica a Siena concentrandomi sulla linguistica e la filologia. Dopo la specializzazione ho iniziato a fare degli stage gratuiti in una scuola, a Siena, per accumulare delle ore di insegnamento, indispensabili per l’abilitazione ad insegnare italiano agli stranieri. Successivamente, ho percepito anche una piccola retribuzione per le mie ore di lavoro, ma molto saltuariamente, e in modo assolutamente precario. Ogni giorno non sapevo se il successivo sarei stata chiamata e a volte passavano anche dei mesi in cui non lavoravo, per cui il mio fisso era dato dal baby-sitting. Dopo questo stage ho deciso di prendere un’altra laurea in Linguistica e Didattica dell’Italiano a Stranieri, tutto questo sempre grazie ai miei genitori che mi hanno potuta sostenere, perché ovviamente il baby-sitting non mi permetteva di mantenermi da sola. La molla che mi ha fatto lasciare tutto è stata proprio questa esperienza di stage a scuola. Vedevo passarmi avanti persone senza titoli o con lauree che non c’entravano niente con questo mestiere. Mentre io ero sempre lì, a jolly, a sostituire qualcuno senza mai poter avere un lavoro vero. Quindi ho deciso da un giorno all’altro di andarmene. Sono andata prima a Bruxelles e poi a Parigi per vedere che cosa trovavo. Così, ho scoperto che lì in Francia c’era la possibilità di fare un concorso per l’insegnamento, simile ai concorsi a cattedra che esistevano qui trant’anni fa, quelli che avevano fatto i miei genitori. Ho deciso di parteciparvi e di prepararmici prendendo un Master in Formazione per l’Insegnamento ad Aix-En-Provance. Ecco perché ora sono qui”.

Anche Simona, 30 anni, adesso è lontano da casa, a Berlino. È nata a Catanzaro e ha vissuto lì con i fuga-di-cervellisuoi genitori fino ai 19 anni. “Dopo il liceo mi sono trasferita a Perugia, dove ho studiato, sia per la laurea triennale che per la specialistica, Scienze e Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali: un’interfacoltà tra quella di Lettere e Filosofia e quella di Scienze Matematiche e Fisiche. Nel frattempo ho fatto l’Erasmus in Inghilterra, sono stata ad Oxford per sei mesi. Dopo la specializzazione volevo fare il dottorato, ho provato ad entrare all’Università di Firenze, ma lì non ce l’ho fatta ad accedere. Quindi, ho fatto un altro corso di inglese per due mesi a Nottingham e successivamente ho fatto domanda per il Leonardo da Vinci, un progetto dell’Unione Europea simile all’Erasmus, e lì sono stata presa per un tirocinio in Galles in un museo di arte contemporanea. Ma la cosa non mi interessava molto, quindi ho cercato altro. Così, ho avuto modo di conoscere un professore dell’Università di Bristol che mi ha fatto concludere il tirocinio del Leonardo lì e mi ha permesso di conoscere questo dottorato tra Berlino e Bristol, dove poi sono stata presa. Anche in questo caso il dottorato è in un’interfacoltà: a Berlino lavoro nella Facoltà di Archeologia, a Bristol nella Facoltà di Chimica. Lavoro in ambito archeologico ma utilizzando dei mezzi chimici, al fine di ottenere delle informazioni di vario tipo sulle civiltà del passato”.

Alessandra è napoletana, ha 27 anni e adesso vive a Barcellona. Anche lei è stata con la sua famiglia fino ai 18 anni, poi ha scelto di andare fuori. “Mi sono iscritta a Scienze della Comunicazione a Napoli, ma contemporaneamente, durante i primi due anni, vivevo a Roma per studiare presso un’Accademia di Recitazione e Doppiaggio. Speravo di continuare questo percorso, ma alla fine mi sono resa conto che dovevo prima concludere l’università. Ma non volevo restare a Napoli. Grazie al progetto Erasmus sono approdata a Madrid e dopo solo un anno avevo deciso che avrei vissuto all’estero. L’ambiente era bellissimo, era tutto nuovo, tutto diverso rispetto a una realtà come Napoli. Poi lì è arrivato anche l’amore e per 3 anni sono rimasta nella capitale spagnola. Dopo la parentesi madrilena ho viaggiato per un anno: ho vissuto un mese in Inghilterra, sono stata in Marocco, in Francia, e più di un mese e mezzo in Indocina, tra Thailandia, Cambogia e Laos. Al mio ritorno ho scelto di frequentare un Master in Gestione di Hotel a Roma. La pratica di fine corso la ottenni a Barcellona. Da quello stage non sono mai più andata via”.

Secondo i dati Istat, nel 2009 i laureati italiani trasferitisi all’estero erano il 19%, ma sono già saliti al 24% nel 2013: l’esodo più grande degli ultimi 10 anni. Siamo sempre più un’economia che perde lavoratori qualificati ed attrae dall’estero lavoratori con basse competenze, esattamente il contrario di quanto stanno facendo i Paesi nostri principali concorrenti. Secondo l’indagine “Rapporto Giovani”, realizzata dall’Ipsos su un campione di giovani tra i 18 e i 29 anni, quasi il 50% dei giovani si dichiara pronto ad andare fuori Italia per migliorare le proprie opportunità di lavoro e solo meno del 20% non è disposto ad emigrare; inoltre i più disposti a trasferirsi per inseguire migliori opportunità di valorizzazione del proprio capitale umano sono proprio i laureati, a conferma del rischio di brain drain e non solo di brain waste che attraversa il Paese. Questo fenomeno costituisce un ulteriore paradosso: siamo un’economia che lamenta un deficit di lavoratori competenti che siano all’altezza di contrastare la concorrenza globale e nel frattempo centinaia di nostri giovani vanno ad affollare le università del mondo, soprattutto quello anglosassone.

Ma ciò che si trova all’estero, è davvero all’altezza delle aspettative? L’esperienza di Gaia è stata positiva 20130823PHT18020_landscape_600_300in tal senso. “Io non mi aspettavo nulla, sono venuta in Francia solo per fare il master. Poi invece è successo quello che non mi aspettavo: da un semplicissimo annuncio messo su una di quelle bacheche online, mi hanno chiamata per ricoprire il ruolo di formatrice di italiano per adulti nella scuola in cui lavoro tuttora. Dopo ho vinto un bando europeo come Assistente di Italiano nelle scuole pubbliche, medie e superiori. Per cui mi sono trovata addirittura ad avere un doppio lavoro! Qui ho più diritti, ho contratti formalizzati, un riconoscimento alla mia professionalità. In Italia il pensiero comune è che per fare il chirurgo ci vuole la laurea in chirurgia, per fare l’infermiere la laurea in infermieristica, mentre per fare l’insegnante di italiano basta essere italiani”.

Per Simona lasciare tutto e partire per lavorare all’estero non è stato semplice. “In realtà io non avrei mai voluto lasciare l’Italia e ancora adesso, se ci penso, vorrei riprovare a tornare. Però una volta finiti gli studi mi son resa conto che avrei voluto continuare a fare quello per cui mi ero a lungo preparata, ma in Italia non riuscivo a trovare niente. Poi la voglia di fare un’esperienza all’estero è per sempre. Ti permette di formarti, di imparare una nuova lingua, di conoscere persone nuove, una nuova cultura. Quindi non ho mai avuto davvero paura di fare una scelta del genere”.

Molti giovani hanno dovuto abbandonare l’Italia perché stanchi, delusi e demotivati da esperienze non proprio soddisfacenti. Ma per Alessandra non è stato così. “Io non sento di essermene andata per i motivi per cui i miei coetanei se ne vanno oggi: per disperazione, per necessità, per emulazione. Io l’ho fatto per seguire l’Erasmus e, semplicemente, perché mi sono innamorata del della Spagna. Quello che volevo fare era lavorare in hotel e Barcellona. È una città che vive di turismo, quindi il lavoro non mi è mancato. Adesso sto provando a mettere su qualcosa di mio, un’impresa. L’idea è quella di prendere in gestione case in affitto, ristrutturarle e subaffittare le camere, con contratto regolare, a studenti che possano, così, fittare stanze decenti a prezzi convenienti. L’impresa è stata già avviata da altri ragazzi a Madrid e io ho deciso di utilizzare il loro brand ed entrare nel loro circuito. C’è un’App dedicata e un sito internet. Lì si chiama Help Madrid, poi loro hanno avviato anche un primo punto in Italia, a Firenze – Help Florence – e adesso io sto cercando di dare vita ad Help Barcellona”.

Queste tre giovani donne sono riuscite a realizzarsi lontano dall’Italia e hanno trovato la loro dimensione trovare-lavoroin altri Paesi. Eppure, tutti i cervelli un giorno vorrebbero tornare, però solo qualora l’Italia garantisse loro qualcosa: contratti non precari, stipendi dignitosi, fondi e finanziamenti da poter sfruttare. Gaia adesso ha impostato tutta la sua vita per vivere in Francia, “però certo non escludo la possibilità di tornare. Se aprissero una classe di concorso per insegnanti di italiano a stranieri sicuramente parteciperei. In Sicilia ho lasciato gli affetti, nonostante fossi già abituata a vivere lontano da casa. Insomma, già non mangiavo più arancine da tempo! Sì, perché poi alla fine sono queste le cose che a lungo andare ti mancano: le cose che facevi da piccola, le cose che ti prepara la mamma. Un’altra cosa che mi è mancata molto della mia terra è il mare e per fortuna poi sono riuscita a trovarlo ad Aix e questo mi fa sentire molto più a casa”.

Anche Simona in Italia ha lasciato le persone che ama. “Casa mia l’ho lasciata quando avevo 19 anni, ma comunque non ci si abitua mai. La mia famiglia mi manca terribilmente e sarebbe sicuramente uno dei motivi per cui mi piacerebbe riavvicinarmi. È vero, all’estero si vive benissimo, ma bisogna capire quello che si perde. Io lavoro in ambito archeologico. Basterebbe pensare a quante ricchezze abbiamo. Io sarei molto più soddisfatta se potessi lavorare nel mio Paese, anche con uno stipendio più contenuto”.

E il sogno di Alessandra? È quello di tornare a Napoli e continuare a lavorare nel settore del turismo. “In Italia ho lasciato la famiglia e gli amici. Ho provato a tornare a casa ogni tanto, per qualche mese, sperando di restare; ma poi ogni volta, tristemente, sono dovuta tornare sui miei passi perché nel mio settore non c’è niente. Vorrei tornare e mettere su il mio bed & breakfast nel centro storico di Napoli. Il mio sogno più grande. Spero di riuscire a far “fortuna” all’estero e tornare con un gruzzoletto da poter investire con coscienza nella mia città”.

Gaia, Simona e Alessandra. Tre esperienze diverse, che hanno tanto in comune tra loro. Tre cervelli in fuga verso l’estero; tre cuori rimasti qui. In Italia.

Mirella Paolillo