ARRIVO DALL’UCRAINA E SONO EUROPEA

La storia che sto per raccontarvi comincia da un cognome. È una storia in cui c’è una partenza con solo biglietto di andata. E c’è il coraggio di una donna giovane che impara e mette in pratica i “trucchi” per una vera integrazione in una terra straniera, senza aver paura dei pregiudizi. È la storia di una donna come tante che, invece, come tante non è.
Il suo nome è Natasha Voloshina. Ed è la ragazza bionda, con occhi chiari, che incontro, e nella cui vita, ritrovo la sintesi di molte delle prove che si possano dover affrontare. 
Gran parte del suo destino è in quel cognome che indossa con l’orgoglio e la discrezione che solo gli ucraini, quando li conosci profondamente, sanno dimostrare. Natasha è nata 35 anni fa a Mostiska, un piccolo villaggio di 25mila abitanti a 600km da Kiev e meno di 500 dalla Polonia. 
Il cognome che porta è quello della madre, perché il padre, prima ancora che nascesse, le abbandona e si rifà una vita facendo perdere le sue tracce. Natasha e la sua mamma imparano da subito cosa significhi occuparsi di tutto, senza fare affidamento su un uomo, un padre, un marito. La loro cultura, d’altro canto, è profondamente matriarcale. Le donne lavorano sostenendo economicamente la famiglia, occupandosi della casa e dei figli, imparando a risolvere qualunque problema. Curano la campagna e si dedicano esclusivamente agli altri con un grande enigma nel cuore: gli uomini ucraini. Spesso violenti e alcolizzati, un peso sociale per le famiglie e per il Paese che può contare soprattutto su energie femminili.  
La prima parte della vita di Natasha è in questa piccola cittadina, dove tutti conoscono tutti. Un centro, abbastanza ricco, che vive di affari internazionali grazie alla presenza della dogana. Inverni lunghi e temperature rigidissime, neve alta fino alle finestre e week end d’estate al lago a fare campeggio nel bosco dove ci sono le “Dacha”.
Mostiska è tagliata a metà dalla strada internazionale che parte da Kiev e arriva fino in Polonia. 
Un’infinita strada dei sogni e dei desideri, sulla quale Natasha da adolescente affacciava il suo sguardo scrutando le auto e i pullman per immaginare dove andassero. Quella strada la percorrerà molto presto anche lei. Passa un attimo dai suoi svaghi di ragazzina al momento di diventare una donna. A 20 anni, con pochi soldi in tasca, sale su un pullman diretto a Roma e comincia una nuova vita in Italia, a Napoli, la città che la adotterà e dalla quale non andrà più via.  
“Ho trascorso ventiquattro interminabili ore di viaggio cercando di immaginare cosa mi aspettasse. Mi rimbombavano nella mente le parole di mia madre che mi diceva di stare male al pensiero di sapermi lontana, ma che dovevo farlo per me stessa”. Natasha riesce ad arrivare qui grazie ad un viaggio religioso dal quale sarebbe dovuta tornare dopo dieci giorni. Ma fa tappa a Roma, visita il Vaticano e non tornerà mai più a vivere nel suo Paese. Il suo unico riferimento in Italia è sua zia che la porterà con sé a Napoli. Di questa città sa solo che è molto tollerante, che si vive bene e con poco e che la clandestinità è più gestibile. “Mentre ci avvicinavamo a Pozzuoli, ricordo che pensavo: allora questa è l’Europa!. Ci fermammo in autogrill ed ero così felice di sentirmi finalmente in un posto che avevo tante volte immaginato. Ero vestita in un modo assurdo. Si vedeva lontano un chilometro che non fossi italiana”. Natasha, nel novembre del 2000 quando arriva nel nostro Paese, si lascia alle spalle l’Ucraina degli anni novanta. Anni particolari, di grande rinascimento ideologico e sociale, perché con la fine della dittatura russa si respirava un’aria di indipendenza e di crescita mai provata prima. “Si cominciava finalmente a viaggiare, a professare liberamente la propria religione, ad intraprendere proprie attività di business. Il comunismo ci aveva condizionato in tutti gli aspetti della nostra vita. Ricordo che addirittura a Natale venivano gli uomini del governo russo a controllare se facessimo l’albero. Anche a scuola era forte la presenza del comunismo. Io ho frequentato il business collegio di Leopoli che ti indirizza verso l’economia e il commercio. Le famiglie semplici erano più orientate verso questi studi perché consentivano di fare tutti i lavori”.
La sua integrazione e ricerca del lavoro a Napoli seguirà quello che Natasha chiama il “solito manuale”. “Sapevo dire solo buongiorno quando sono arrivata. In due settimane ho procurato visto e passaporto e ho cercato un lavoro che potessi svolgere pur non conoscendo la lingua. In genere, cominciamo tutte con l’assistenza agli anziani. Metti da parte un po’ di soldi per cercarti una casa e stringi i denti, perché a venti anni poter uscire solo il giovedì pomeriggio e la domenica per incontrare i tuoi connazionali, è un grande sacrificio. Conservavo tutto quello che guadagnavo. Poi finalmente ho imparato l’italiano, sono andata a vivere da sola e ho cominciato a lavorare come baby sitter e come cameriera nei locali”.
Sull’argomento più delicato, che con un po’ di soggezione introduco, lei mi risponde senza alcun disagio, con sorprendente onestà e saggezza. “Lo so cosa si pensa delle donne ucraine qui in Italia. La paura è che ci prendiamo gli uomini e che li coinvolgiamo in modo disonesto per trovare stabilità e per ricominciare una vita. Anche io ho combattuto con questo pregiudizio. Non è stato sempre facile ricevere fiducia e anche nel cercare lavoro mi accorgevo della diffidenza di farti entrare in casa se eri una ragazza carina. Ma con il tempo mi sono integrata benissimo e mi sono sentita parte di questa città speciale. È vero, a volte le ucraine possono avere meno scrupoli nell’intraprendere una relazione anche con un uomo sposato. Ma non penso che questo dipenda dalla nazionalità di una donna ma dai suoi valori personali. La donna ucraina è una donna forte ma anche molto fragile. Abbiamo vissuto nella povertà e non siamo sfacciate, anzi sappiamo essere grate. Siamo donne che non sono abituate ad essere corteggiate dai nostri connazionali e quindi le lusinghe di un uomo senz’altro non passano inosservate. Io credo di esserne una prova e non un’eccezione: con mio marito ci siamo conosciuti come qualunque altra coppia. Lui non aveva una moglie né tantomeno era impegnato. Ci siamo innamorati e sposati quando lo abbiamo desiderato, senza forzature. E abbiamo avuto un bambino. Le donne ucraine non sono senza scrupoli, almeno la maggior parte. Gli uomini italiani sono rimasti attratti dalle ucraine credo perché sono donne eleganti, belle che puoi portare a teatro ma che ti aiutano anche a cambiare una ruota”.
La comunità ucraina a Napoli è una delle più popolose d’Italia. Qui l’integrazione non è più un obiettivo irraggiungibile. Il segreto, per Natasha, è quello di pensare e vivere come un’italiana, anzi meglio ancora come un’europea. 
“Si deve trovare la forza di staccarsi dalla propria terra di origine. Non è un tradimento, ma una necessità. Io ho cominciato a frequentare solo napoletani, a non chiudermi nella mia comunità, a mangiare cibo italiano e a pensare in modo europeo. Io sogno e penso in italiano. Soprattutto perchè ormai chi viene qui non torna più in Ucraina. Si guadagna sempre meno e lì il costo della vita è aumentato”.  
Forse mi ha raccontato tutto, forse no. 
Manuela Giuliano

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