Alfredo Ormando, il poeta che si diede fuoco nel nome dell’uguaglianza.

Alfredo Ormando aveva solo 39 anni quando prese una decisione terribile. Una decisione che gli sembrava l’unica via d’uscita da un mondo che per anni aveva schernito la sua vita di uomo e di poeta. Le case editrici rifiutavano i suoi lavori, con sforzi e sacrifici aveva autoprodotto alcuni dei suoi romanzi mentre provava a conseguire la laurea in Lettere e farsi accettare dalla propria famiglia. Ma nulla sembrava essere mai abbastanza, la sofferenza dell’emarginazione era troppa, e così, il poeta Alfredo si recò in piazza San Pietro e diede il proprio corpo, ancora giovane, alle fiamme, spegnendo per sempre la propria vita e lasciando in una lettera ad un amico parole che bruciano ancora oggi:

“Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia.”

E così si spense Alfredo, che in segno di protesta contro l’omofobia vaticana, rinunciò alla propria vita, troppo stanco per lottare ancora nel tentativo di accettarsi e farsi accettare dalla società e da quella Chiesa che sembrava rifiutarlo per tutto ciò che era. Sono passati vent’anni da quel gennaio del 1998 e, per quanto le cose siano apparentemente cambiate e segni d’apertura siano arrivati da diverse confessioni, permangono ancora enormi distanze tra le persone e le istituzioni che dovrebbero garantire conforto, accoglienza e supporto. Da quel gesto estremo è nata la “Giornata mondiale del dialogo tra religione e omosessualità”, che si accompagna di iniziative, sit-in e commemorazioni, nella speranza che nessuno senta più l’esigenza di ricorrere ad una così brutale azione e che, invece, le finestre di dialogo si facciano sempre più aperte.

 

Giuliana Mastroserio

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