ADDIO HIGUAIN. LACRIME NAPULITANE? NO, GHIOTTA OCCASIONE

“Gonzalo se n’è andato e non ritorna più”. Il Pipita non si è presentato a Dimaro: l’argentino guarda al futuro – destinazione Juventus – sulla base di un contratto quinquennale da ben 7,5 milioni di euro a stagione (“chi li ha visti mai”, Totò docet). Napoli si dispera. I tifosi, affranti, puntano il dito contro l’ex. Imprecazioni a gogo (urge benedizione) per il Pipita, colpevole di essersi venduto al miglior offerente e a quell’acerrimo nemico che non avrebbe esitato ad essere scorretto ancor prima che fosse tutto finito (peccato che l’articolo 17 del Regolamento FIFA disponga altro).

Ma diciamocela tutta, chi rifiuterebbe un ingaggio di tali proporzioni? Chi rifiuterebbe la possibilità di entrare a far parte di un progetto vincente che potrebbe regalare molte soddisfazioni? L’argentino è negli ultimi anni della sua carriera, dubbioso sulla sua permanenza in azzurro già dalla scorsa estate, con una clausola di ingente entità a pesare come un macigno sulle spalle. Se è giusto che abbia accettato? Certo che sì, se le motivazioni a restare all’interno del proprio club di appartenenza sono venute meno. Il calcio è fatto di stimoli e passione. Il calcio attuale richiede che un “professionista” dia il triplo per la propria squadra, essendo esso basato su una competizione ai massimi livelli tra uomini.

Il Pipita poteva scegliere? No, ci volevano offerte concrete e non ci risulta che al club siano pervenute proposte pari al pagamento della clausola, con la conseguenza di continui rifiuti da parte di Aurelio De Laurentiis che non fa sconti. Dunque, ben venga che il Pipita cerchi di ritrovare stimoli e ambizioni altrove. Ben venga anche per il club partenopeo, che farebbe l’affare del secolo rimpolpando le proprie casse con una cifra molto elevata. Il problema sarebbe piuttosto il suo reinvestimento.

Si potrebbero fare acquisti mirati e di spessore. Si potrebbe anche utilizzare una parte della somma per de-laurentiisdei primissimi lavori nelle strutture, visto che un club da Champions dovrebbe avere di base organizzazione, strutturazione e impianti al top. Magari per quel San Paolo che attualmente non potrebbe superare i rigidi controlli della commissione Uefa (non si può sempre indicare il Barbera di Palermo per cautelarsi).

La palla passa a De Laurentiis, che ha l’occasione di riscattarsi di fronte al pubblico, in questo momento giudice severo anche della sua persona. Del resto alla Juventus si può imputare tutto tranne che non abbia un’organizzazione ai massimi livelli, in linea con i parametri e i principi di una grande azienda. Perché il calcio moderno non è fatto per romantici: guarda al business e alla crescita economica.

Il presidente deve adeguarsi. Il Napoli deve adeguarsi.

 

Maria Grazia De Chiara

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