RENÉE VIVIEN E LA POESIA OSCURATA

Poetessa di fine ‘800, colpevole tanto di essere donna quanto di essere omosessuale in una società che non era e, forse, non è ancora pronta a comprenderla

Esiste una letteratura dimenticata che non è entrata nei libri di scuola, nei programmi universitari e nelle librerie. Una letteratura che la critica sembra aver ignorato e condannato all’oscurità.

Quello di Renée Vivien è forse uno dei casi più tristi di questo oblio forzato e si resta senza parole scoprendo che molte delle sue opere e lettere furono raccolte dal critico Solomon Reinach che le mise sotto chiave e ordinò di non rendere pubblici quei lavori fino all’anno 2000 per motivi tutt’oggi sconosciuti. Renée fu poetessa e scrittrice nonché figura accattivante e affascinante, nacque in Inghilterra nel 1877 ma scelse la Francia come patria della sua rinascita. Non ostentava la sua bellezza ma di certo non le mancava, si dice che vestisse sempre di nero o viola e che indossasse solo gioielli Lalique, i lunghi capelli biondi circondavano bellissimi occhi grigi.

Non viveva il cosmopolitismo parigino eppure i suoi salotti erano affollatissimi. Scriveva della liberazione femminile nella società patriarcale, criticava un mondo maschilista che rendeva schiave le donne e ripudiava le leggi che contrassegnavano il suo amore come impuro e illegale. Con la sua penna graffiante infatti ebbe il coraggio di celebrare la donna che amava senza filtri e non mascherò mai la sua omosessualità. Insieme a Natalie Clifford Barney, sua compagna e destinataria della maggior parte delle sue opere, girò il mondo passando dagli Stati Uniti all’Inghilterra fino alla Grecia. A Parigi organizzava salotti letterari di sole donne in risposta all’Accademia francese che escludeva loro l’accesso e recitava i suoi versi nella penombra della sua casa in avenue du Bois.

RENÉE VIVIENC’era chi si cimentava in affascinanti danze cambogiane, fotografe e poetesse provenienti da tutto il mondo circondate da fiori freschi, un arredo curatissimo in stile liberty, suppellettili orientali, lanterne di seta, un’effige di Saffo, incensi e piccoli Budda. Chi sfiora questo mondo ne viene assorbito e si vorrebbe scoprire di più entrando in questi saloni pieni di vita e di rivoluzione, l’embrione di un’emancipazione femminile di cui Renèe Vivien potrebbe essere considerata un simbolo.

Le opere della Vivien sono rimaste ai bordi della letteratura e oggi sono quasi introvabili. Colpevole tanto di essere donna quanto di essere omosessuale in una società che non era e forse non è ancora pronta a comprenderla. “Mi hanno segnata a dito con un gesto stizzito perché il mio sguardo ti cercava teneramente, e vedendoci passare nessuno ha capito che io ti avevo scelta semplicemente. Osserva la vile legge che io trasgredisco e giudica il mio amore, che non conosce male”.

La vita di Renée Vivien si spense a soli trentadue anni, devastata dall’alcolismo e dall’anoressia. Quello che resta della poetessa delle Violette è un mondo ovattato, una vita appassionante, struggente e le sue poesie, sofferte, cariche di amore, eros, desiderio e sofferenza  meriterebbero di essere riportate alla luce restituendo dignità ad una donna che andando contro tutto e tutti aveva avuto il coraggio di essere sé stessa, amare, vivere, viaggiare e soprattutto scrivere.

Giuliana Mastroserio

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