Proviamo a liberarci dalla violenza interrompendo il “gioco” dei ruoli

Quando parliamo di violenza ci muoviamo su un terreno alquanto delicato, ancora di più se facciamo riferimento a quella agita sulle donne, che nel tempo è stata declinata in varie forme: violenza fisica, violenza sessuale, violenza economica, violenza psicologica.

Il confine tra semplici litigi e violenza vera e propria è spesso molto sottile e difficile da definire, anche per chi questa violenza la agisce o la subisce. In più, bisogna sempre valutare il grado di sopportazione per chi riceve i maltrattamenti, che diventa spesso direttamente proporzionale all’aumento di intensità della violenza da parte di chi la mette in atto per sottomettere l’altro.

Sembra ci sia una lotta per il “potere”, sia nella resistenza che nell’atto di violenza stesso, con il rischio che questa soglia si alzi sempre più, fino a dare tragici risvolti.

In analisi transazionale il gioco di potere viene descritto e rappresentato nel triangolo drammatico vittima/carnefice/salvatore. Difficilmente, nella dinamica relazionale, i tre ruoli sono separati: la stessa persona finisce per essere vittima, poi diventa carnefice, o ancora salvatore di quel carnefice e così via in un moto perpetuo di “gioco di ruoli”.

Sia che si parli di vittima, di carnefice, oppure di salvatore, quello che accomuna tutti e tre è il “potere” e il modo di esercitarlo o di spogliarsene. Manca la “consapevolezza” e senza di essa osserviamo il reiterarsi di certi ruoli e della violenza stessa, magari giustificando l’altro, dicendo a se stessi: «È solo sotto stress…cambierà» o viceversa minimizzando i propri atti: «È solo uno schiaffo, mica l’ho stuprata…», al fine di ridimensionare gli episodi di maltrattamento.

Qui decade di fatto il senso di “responsabilità”, infatti, non avendo piimagesenamente consapevolezza di quello che sta succedendo, non è possibile cambiare la situazione e di conseguenza farsi carico del proprio benessere psicofisico. Sembra impossibile a dirsi, ma vittima e carnefice hanno pari responsabilità: non chiedere aiuto e di conseguenza non interrompere il “gioco” continuando a giustificare certi atteggiamenti, significa avallare il comportamento dell’altro, quindi essere complici nella violenza.

Vittima e carnefice esistono in quanto entrambe le parti giocano il loro ruolo: se uno dei membri della coppia si sottrae a questo gioco, fatto di regole inconsce ben precise, il gioco stesso non ha ragion d’essere.

La vittima finché viene spogliata e si spoglia del suo potere decisionale sarà sempre in balia dell’altro. Per riappropriarsi di questo potere sicuramente serve un percorso che miri all’autonomia, dove il primo passo è rinunciare all’etichetta di vittima, che molto spesso diventa un tornaconto per continuare a subire restando lì dov’è e per mettersi in una posizione di risarcimento che può durare anche tutta una vita.

Dopo una prima fase di sostegno e di supporto, sia per la vittima che per il carnefice, lo step successivo sarà prendere consapevolezza del ruolo che si è giocato, quindi assumersi la propria responsabilità, per riprendersi il potere e ridecidere della propria vita uscendo dal gioco disfunzionale.

Entrambe le parti sono sempre persone, che con il loro comportamento manifestano una grande sofferenza.

 

Dott.ssa Carolina Alfano
Psicologa, Psicoterapeuta
in Gestalt e Analisi Transazionale

 

 

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