Prendi i soldi e scappa

La vicenda Embraco riaccende il riflettore su un tema che si ripropone a fasi alterne: la delocalizzazione delle imprese.

Lo spostamento delle attività produttive cominciò verso la fine degli anni ’70, sulla scia di teorie neoliberiste tese ad affievolire i diritti acquisiti dai lavoratori. In Europa questa “moda” si accentuò quando fu adottato il sistema a cambi fissi: per le aziende diventò più conveniente trasferirsi in paesi in cui si pagavano meno tasse e si poteva produrre a bassi costi.

Certamente non esiste nessuna legge che vieti ad un imprenditore di massimizzare i suoi profitti spostandosi in un altro stato.

Il problema sorge quando un’azienda, dopo aver goduto di agevolazioni, contributi e finanziamenti pubblici diretti e indiretti, regionali, statali o europei, delocalizza. In questi anni ci sono state molti “prenditori” furbastri che hanno impoverito il tessuto industriale locale e prodotto la riduzione del livello occupazionale.

Così è avvenuto che intere aree che ospitavano fabbriche si sono desertificate. Sul terreno sono rimasti solo enormi capannoni, a memoria del tempo in cui chi vi lavorava aveva speranza nel futuro. Un futuro rovinato da chi si è comportato come Attila, lasciando dietro di sé solo deserto e disperazione.

Un atteggiamento predatorio perché, oltre frontiera non si trasferiscono solo impianti, ma know-how, un sapere che non appartiene solo all’imprenditore, ma anche alle sue maestranze, persone defraudate delle proprie conoscenze e del proprio lavoro.

La mancanza di lavoro porta conseguentemente ad una diminuzione di reddito che si tramutano in minori consumi, instaurando un circolo vizioso di crisi economica.

Nel 2007 fu creato un fondo europeo con l’intento di aiutare quelle regioni colpite dal trasferimento di produzione fuori dall’Eurozona, questo certamente non basta più: c’è uno squilibrio tra i paesi dell’Est con quelli dell’Ovest.

É arrivato il momento che l’Italia non ubbidisca soltanto alle direttive europee, ma difenda la sua sovranità e il suo interesse nazionale.

 

Fabio Marino

 

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