Non si può licenziare il lavoratore che offende il capo in una chat privata

a cura di Sergio Carozza, avvocato del lavoro

IL CASO: Una società intima a un dipendente il licenziamento contestandogli le offese rivolte all’Amministratore delegato nel corso di una conversazione sulla chat di Facebook, la cui schermata, stampata, era pervenuta all’azienda per mano di un anonimo.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 21965 del settembre 2018, ha dato torto alla società, confermando la illegittimità del licenziamento dichiarata dalla Corte d’Appello.

La chat su Facebook in cui è avvenuta la conversazione era composta unicamente da iscritti al sindacato: si trattava quindi di una chat chiusa o privata.

L’addebito mosso al dipendente aveva ad oggetto la diffamazione in danno dell’Amministratore.

La condotta diffamatoria lede però il bene giuridico della reputazione, cioè l’opinione positiva che le persone hanno di una determinata persona.

La lesione della reputazione, in quanto legata al contesto sociale di riferimento, presuppone e richiede la comunicazione con più persone.

Ove la comunicazione avvenga in un ambito privato, all’interno di una cerchia determinata, vi è un interesse contrario alla divulgazione dei fatti e delle notizie e si impone l’esigenza di tutela della libertà e segretezza delle comunicazioni.

La Costituzione considera inviolabili la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione: soggetti diversi dai destinatari selezionati dal mittente non possono prendere illegittimamente conoscenza del contenuto di una comunicazione.

Il diritto alla segretezza comprende tanto la corrispondenza quanto le altre forme di comunicazione, incluse quelle telefoniche, elettroniche, informatiche, tra presenti o effettuate con altri mezzi resi disponibili dallo sviluppo della tecnologia.

L’esigenza di tutela della segretezza nelle comunicazioni si impone anche riguardo ai messaggi di posta elettronica scambiati tramite mailing list riservata agli aderenti ad un determinato gruppo di persone, alle newsgroup o alle chat private.

I messaggi che circolano attraverso le nuove forme di comunicazione, ove inoltrati unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile.

Tale caratteristica è incompatibile con la condotta diffamatoria che la società contestava al dipendente, che presuppone la divulgazione delle comunicazioni nell’ambiente sociale: ciò nel caso di una chat riservata non può avvenire.

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