Non scrivo mai quello che i lettori si aspettano da me

Intervista a Maurizio De Giovanni

 “Sono contento che sia arrivato tardi. Lo vivo come un turista, come è arrivato così potrebbe dissolversi, ma sarà stata comunque una bellissima avventura”.

È l’autore del momento, scrittore e sceneggiatore. Ha dato nuova linfa vitale alle serie televisive italiane e alla narrativa gialla, con i racconti polizieschi del commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. Reduce dal successo editoriale e televisivo de “I Bastardi di Pizzofalcone” con sette milioni di spettatori, Maurizio De Giovanni, che si definisce “malato per il suo calcio Napoli”, scrive, difende e ama la sua città come nessun altro. «È fonte di ispirazione dei miei romanzi; l’unica città al mondo costruita su un mare di fuoco che va dai Campi Flegrei al Vesuvio: un inferno che si contrappone al paradisiaco panorama di ineguagliabile bellezza».

Attualmente è impegnato nel tour di presentazione del suo ultimo romanzo dal titolo “I Guardiani”, fanta-thriller edito da Rizzoli (in corso di realizzazione anche la serie Tv prodotta da Cattleya), il primo di una trilogia sulla Napoli esoterica, con protagonista Marco Di Giacomo, un burbero antropologo dell’Università Federico II. Maurizio De Giovanni è uno scrittore tradizionale ma di racconti cross-mediali.

Dalla carta stampata, alle serie televisive sino ai fumetti, i suoi racconti si adattano ad ogni tipo di media, come è possibile?

Una storia è una storia, qualunque sia il mezzo attraverso il quale arriva al pubblico. Se si ha qualcosa da raccontare si può accedere a qualunque medium. La sola condizione è appunto il fatto di avere effettivamente qualcosa da dire.

Qual è l’ingrediente segreto dei suoi racconti che cattura il pubblico e lo fidelizza?

Dovremmo chiederlo al mio pubblico. Ritengo di essere uno scrittore naturalmente seriale e la serialità di per sé fidelizza. Se proprio devo cercare un ingrediente segreto, provo sempre a non scrivere quello che credo che i lettori si aspettino da me. Assecondare i gusti dei lettori nel tentativo di compiacerli secondo me è l’inizio della fine.

Era pronto a tutto questo successo?

Sono contento che sia arrivato tardi: a quasi sessant’anni lo vivo come un turista, consapevole del fatto che come è arrivato potrebbe dissolversi, ma sarà stata comunque una bellissima avventura.

Se le chiedessero di recitare in una puntata della serie televisiva o a teatro – luogo di incarnazione della scrittura – accetterebbe?

Non credo proprio. Sono apparso in una puntata di “Un posto al Sole” per fare un piacere a un amico. Interpretavo me stesso. Una scena durata due minuti di orologio: per me più che sufficiente.

Soffre del giudizio altrui?

Mi fanno male le critiche immotivate. Non pretendo ovviamente di piacere a tutti, ma soffro quando – fortunatamente molto di rado – mi si attacca senza argomentare. Mia moglie invece si diverte: secondo lei è semplicemente il segno del successo.

Se le dico “infanzia” cosa risponde?

Sono stato un bambino felice in una famiglia allegra e positiva.

Se le dico “famiglia”?

Sicurezza e realizzazione.

Cosa pensa delle donne e quanto sono importanti o lo sono state nella sua vita e nella sua carriera?

Penso che le donne abbiano avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nella mia vita. E comunque le preferisco agli uomini da sempre.

Cosa pensa della parità di genere? Esiste o è pura illusione?

C’è ancora molta strada da fare, ma esiste una sempre crescente sensibilità all’argomento, il che fa ben sperare in prospettiva.

Soffre o ha mai sofferto della solitudine dello scrittore?

Mai. Le storie e i personaggi sono la migliore compagnia che si possa desiderare.

Dalle recenti interviste e incontri è emersa una certa insofferenza alla scrittura “contrattualizzata”. Non appena avrà portato a termine i suoi impegni, c’è una storia chiusa nel cassetto che avrebbe voglia di scrivere?

Ne ho molte non ancora contrattualizzate. Ma la mia insofferenza non è nei confronti della contrattualizzazione già in essere: io scrivo solo quello che voglio e ho fatto contratti che tenessero conto di questo. Se si percepisce insofferenza, è solo perché sono stanco. Forse tre libri all’anno sono troppi da sostenere: mi sto facendo anziano.

Valeria Aiello

 

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