MI METTO NEI TUOI PANNI PER CAMBIARE IL MONDO

 

Nessuno sa meglio di te stesso cosa provi.
Nessuno può capire davvero cosa senti.
Eppure vorresti che qualcuno comprendesse fino in fondo chi sei.

L’empatia, dal greco en-pathos, “sentire dentro”, è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, percependone emozioni, sensazioni, motivazioni, pensieri; anche in assenza di segnali e simboli riconosciuti dalla cultura comune.
Per Edith Stein, allieva di Husserl, “l’empatia è l’esperienza che fonda e rende possibile la comunicazione intersoggettiva e apre l’Io alla dimensione comunitaria pur mantenendo la sua irriducibile libertà ed autonomia”.

L’empatia, dunque, non è solo una notevole competenza emotiva grazie alla quale è possibile immedesimarsi nella persona con la quale si interagisce, ma è una vera e propria abilità sociale di fondamentale importanza, che va appresa ed insegnata. Educazione, rispetto per il prossimo, gentilezza, pazienza, tolleranza, sensibilità, umanità, solidarietà, intelligenza emotiva. Non sono modi di essere innati: si imparano, si allenano, si praticano quotidianamente.

Ma come si fa ad imparare l’empatia davanti ad uno schermo? Le interfacce tecnologiche che utilizziamo quotidianamente mostrano sempre più di frequente immagini di guerre, migrazioni, di atroci violenze e sofferenze umane, sino a renderle ai nostri occhi “normali”, banali, a farci abituare ad esse e a farci perdere ogni contatto con la realtà.

Storia, matematica, scienze, inglese. Sono discipline necessarie per la cultura e la formazione di un individuo. A volte educazione civica, che nella migliore delle ipotesi insegna al cittadino di domani a non gettare le carte a terra e a rispettare i semafori agli incroci.
E l’anima? Sì: abbiamo anche un’anima da educare.

Nelle scuole danesi c’è un’ora di “Klassens tid” alla settimana, in cui gli alunni dai 6 ai 16 anni imparano a riconoscere e condividere le proprie emozioni e ad immedesimarsi nei loro compagni. Dovremmo istituirla anche noi l’ora di empatia nelle scuole, o, almeno, inserire l’ora di teatro obbligatoria, magari al posto di quella di religione. Perché il teatro, questo esercizio dell’anima, insegna ai bambini a spogliarsi dei propri abiti per entrare in quelli di altri. E, come sosteneva l’intellettuale dissidente russo Kropotkin, “se riuscissimo a metterci nei panni degli altri non avremmo più bisogno di regole”.

La famiglia e la scuola – le prime due fondamentali agenzie di socializzazione – hanno il dovere di educare ai sentimenti, alle relazioni, alle emozioni.
Per insegnare a star bene con se stessi e per costruire l’umanità del futuro.

 

Mirella Paolillo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *