MARINA ABRAMOVIC, “THE CLEANER”

di Annachiara Della Corte

The Cleaner è la mostra più discussa del momento: un’ occasione per scoprire l’eterogeneità dei lavori di Marina Abramović, tra video, installazioni, fotografie, oggetti, dipinti e re-performance a cura di un gruppo di trenta giovani performer, selezionati ed istruiti dall’ artista.

È singolare come la sede scelta per questa grande retrospettiva sia quella di Palazzo Strozzi, palazzo rinascimentale nel cuore di Firenze, che per la prima volta, accoglie un’artista donna. Una delle personalità più controverse del Contemporaneo, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue capacità di espressione.

Cinquanta anni di carriera della Abramović, i cui lavori spaziano da azioni forti, violente e rischiose a scambi di energia gestuali e silenziosi, fino a veri e propri incontri con il pubblico, che negli ultimi anni è diventato sempre più protagonista nelle sue opere. Fino al 20 gennaio è stato possibile ripercorrere le principali tappe del percorso dell’artista a partire dalla serie Rhythm (1973-1975), Art Must Be Beautiful / Artist Must Be Beautiful (1975), The Freeing Series (Memory, Voice, Body, del 1975).

È in quest’anno che Marina conosce l’artista tedesco Ulay con cui nasce un rapporto sentimentale e professionale ricco di simbologia: il furgone Citroën in cui i due hanno convissuto, esposto nel cortile di Palazzo Strozzi, e celebri performance di coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico era costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti come fossero due stipiti di una porta (scegliendo se passare in mezzo ai corpi o lateralmente), oggi riproposta quotidianamente all’ingresso della mostra. O ancora The Lovers (1988) con cui Marina e Ulay segnano la fine della loro relazione incontrandosi al centro della Grande Muraglia cinese per poi lasciarsi. Un addio che si è trasformato in un arrivederci perché 22 anni dopo al MOMA di New York, Ulay si inserisce, a sorpresa, in una delle più celebri performance della Abramovic.

Negli anni Novanta il dramma della guerra in Bosnia ispira l’opera Balkan Baroque (1997), con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Parallelamente Marina porta avanti una ricerca sulle tematiche di meditazione e trascendenza che trovano espressione nei Transitory Objects (1995-2015): strumenti energetici per viaggi interiori, realizzati con materiali come il quarzo o l’ossidiana. Con le cinque re-performance, la mostra sembra acquisire una dimensione temporale autonoma e distinta, come fosse appunto ancora tutto eternamente attuale ed in discussione.

Oltre alla sopracitata Imponderabilia, incontriamo lungo il percorso espositivo ” Luminosity”, dove la performer resta in equilibrio su un sediolino di bicicletta, nuda, con i piedi sospesi dal suolo, muovendo gambe e braccia. Qui lo spazio sembra acquisire volume con l’intensità della luce. In Cleaning the mirror, il performer siede con uno scheletro in grembo e prova a pulirlo con estrema attenzione, ottenendo il risultato contrario. Nelle Freeing series, formate da “Freeing the memory”, Freeing the voice  e Freeing the Body, invece, i performer sono invitati a mettere alla prova le proprie capacità lessicali, vocali e fisiche, fino allo sfinimento.

“Questi esperimenti sono il segno tangibile che Il mio lavoro esiste anche fuori di me”, ammette la Abramović, testimoniando in questo modo, all’alba dei 72 anni, l’universalità del suo messaggio e forse l’inizio di una nuova era: “Mi emoziona vedere ora le mie opere prendere di nuovo vita. Provo un senso di giustizia. Sono felice che il mio lavoro abbia reso la performance una forma d’arte riconosciuta: prima era qualcosa per pochi, si faceva in spazi alternativi, eri felice se c’erano 30 o 40 persone a vederti. Oggi le performance coinvolgono centinaia di persone, entrano nei musei”.

Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino

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