L’IMMIGRAZIONE E IL TEATRINO DELLA POLITICA

ISTRUZIONI PER L’USO

Immigrati sì, immigrati no.

C’è chi predica l’accoglienza e chi tuona sul rimpatrio.

C’è chi fa propaganda chiudendo i porti d’approdo e chi la fa aprendoli.

C’è chi si schiera dalla parte dei buoni (chiamati “buonisti” dai cattivi) e chi dalla parte dei cattivi (chiamati “fascisti” dai buoni).

E avanti così, per giorni, settimane, mesi, anni. A momenti alterni, a seconda del periodo dell’anno, della stagione, della fase della campagna elettorale, dell’umore del web.

Sì, il web… quel gigantesco buco nero che ogni giorno risucchia tutti i nostri pensieri, il nostro tempo, le nostre energie. Quei pensieri, quel tempo e quelle energie che sottraiamo sempre di più all’azione, perché siamo troppo impegnati a cercare la risposta giusta all’ultimo commento del nostro ultimo nemico di penna digitale.

Intanto le migrazioni continuano. E i governi si alternano, decidono di aprire le frontiere, poi di chiuderle, poi di accogliere, poi di respingere, poi di firmare, poi di ritrattare.

E il paese si spacca in due. Tutti a difendere le proprie ragioni contro i torti degli altri.

Eppure è strano.

Nessun politico che dica che questa situazione non è casuale. Che ha dei colpevoli. E che questi colpevoli hanno nomi e cognomi. Si chiamano George Bush, Tony Blair e Nicolas Sarkozy.

Nessuno che dica che America, Inghilterra e Francia con le loro guerre in Medio Oriente e in Nord Africa hanno cancellato 15 anni di storia. Distrutto e abbandonato. Responsabili senza assunzione di responsabilità.

Nessuno che dica che questo problema l’Italia, però, non lo può sollevare, né tantomeno risolvere. Perché altrimenti l’Europa risponde: “Ok, complimenti per il coraggio. Adesso però facciamo che ci paghi il debito pubblico altrimenti ti asfaltiamo”.

Nessuno che spieghi ai propri cittadini che gli interessi economici e politici mondiali sono troppo più grandi di noi. Che il fenomeno vero non riguarda quelle poche decine di migliaia di fortunati (sì, fortunati) che riescono a salire su qualche barcone della speranza che li dirige verso un posto sconosciuto e difficilmente immaginabile peggiore di quello lasciato, ma quegli altri milioni di esseri umani, quasi un miliardo, che restano dove sono, soffrono dove sono, muoiono dove sono.

E poi, nessuno che ci dica che ci sono circa 10 multinazionali che governano il mondo colmando i vuoti lasciati liberi dai governi, occupando settori un tempo riservati alla sfera pubblica. Sono loro che modellano i nostri valori, i nostri stili di vita, le nostre visioni del mondo, le nostre abitudini di consumo materiale e immateriale. L’ultimo smartphone, il contatto sul social network più usato, l’accesso libero ai più grandi motori di ricerca, solo per citarne alcuni. Sono loro a decidere le direzioni dei grandi flussi d’investimento, quindi le dinamiche economiche, quindi quelle politiche.

E non ci sarà mai nessun Salvini, nessun Di Maio, nessun Renzi che potrà svuotare il mare raccogliendo l’acqua con un cucchiaino.

Solo la coscienza e l’azione dei popoli può cambiare la direzione della storia.

Ma tutto questo loro non lo dicono, non possono farlo.

Altrimenti le persone fanno il log out e staccano la spina del computer, per collegare quella del cervello. E iniziano a vederli per quello che sono.

Maschere nel teatrino della politica.

 

Mirella Paolillo

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