Le storie di Jack: Io e il mondo dei bikers- 2a puntata

Dove eravamo rimasti!? Ah, si… La patente americana! Una volta ottenuto il prezioso documento, non vedevo l’ora di tornare nel luogo in cui dormivo in quel periodo, il retro di una villa con entrata indipendente. Ci si arrivava attraversando un piccolo corridoio di confine con l’altra proprietà, con una rete divisoria sulla quale il mio proprietario di casa coltivava un roseto. Riuscii a parcheggiare la mia moto proprio in quel piccolo spazio (tra l’altro non illuminato) tra la casa e la recinzione.
Ogni giorno uscivo con la mia Harley in direzione Università, per poi rivederla il pomeriggio e andare in giro con i miei nuovi compagni di studio, uno spagnolo, un somalo, un iraniano e due arabi. Ricordo bene che uscivamo con delle ragazze irachene e somale, quasi tutti figli di diplomatici o dipendenti delle ambasciate. Una delle ragazze somale,  Deka,  era la figlia di una importante personalità del suo paese. Naturalmente tutte le loro moto avevano la targa diplomatica. Solo io avevo una targa “semplice”, ma da buon Italiano collocai subito sulla moto una nostra bandierina tricolore.
Il tempo trascorreva velocemente.
Solitamente ci fermavamo a Georgetown, piccolo quartiere di Washington. Forse proprio la conoscenza di tante persone di nazionalità diversa mi ha aiutato nel rapporto con le persone.
Tutto era perfetto. I miei genitori mi mandavano  1500 dollari al mese, per la casa, gli studi e il cibo. E io puntualmente li finivo prima che iniziasse il mese successivo. Poi arrivò una piccola svolta: tornai una sera a casa, pioveva tanto, parcheggiai la moto velocemente ed entrai. Il giorno dopo andai regolarmente all’Università  e tornando a casa trovai una lettera sul letto. Mi domandai chi mi avesse scritto. Aprii la busta e iniziai a leggere la lettera, ma non comprendevo bene il significato. Però capii bene qualcosa inerente alle rose. La firma era quella del proprietario di casa, che mi comunicava che entro 48 ore avrei dovuto  lasciare l’appartamento perché gli avevo rotto una rosa parcheggiando la moto! Andai subito a scusarmi ma lui non cambio’ idea.
Per me fu una botta terribile. Non sapevo dove andare: dovevo cercare casa in 48 ore. Gli amici di “giochi” mi presentarono una professoressa dell’Università che aveva la figlia in Inghilterra e quindi poteva affittare la sua stanza nella mansarda, con bagno indipendente. Miss Bitondo, ricordo ancora il suo nome. Era la classica prof. brutta con barba, sposata con un ex diplomatico in pensione. Mi invitò a vedere la camera, e io accettai subito. Era una stanza carina, molto molto femminile, ma poco mi importava. L’unica cosa positiva della casa era una bella ragazza Austro Americana alta 1,95, occhi azzurri, che lavorava per la Marriott Hotel di Washington e aveva un’altra camera accanto in fitto.
È così ricominciai a non fare nulla, girando sempre in moto con gli amici, con questo gruppo accomunato dalla voglia e dalla passione per la moto, andando alle feste vestito nei modi più assurdi. Poi iniziai a comprendere che quello che per me era assurdo per i veri Bikers americani era normalità, libertà, voglia di vivere lontano dal mondo delle apparenze nel quale avevo vissuto fino a quel momento. Iniziai a capire che quando stai bene con te stesso stai bene davvero,  e che non bisogna seguire un modo di fare solo perché gran parte delle persone lo fanno.
Continuavo ad uscire con questo gruppetto formatosi solo dalla voglia e la passione per la moto.
Dopo un mese un altro episodio cambiò la mia storia negli Stati Uniti.
Continua…

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