LAURA MORANTE E IL SUO (insolito) LATO COMICO

LAURA MORANTE 

 #3D Magazine racconta la vis comica dell’attrice italiana, sia da interprete che da regista

Laura Morante è un’attrice nota al grande pubblico per le interpretazioni di personaggi dolenti in film come “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, “Un viaggio chiamato amore” con Stefano Accorsi e “Ricordati di me” di Gabriele Muccino. Ad ogni artista appartiene un lato nascosto e, per Laura Morante, questo riguarda la sua vis comica e l’approccio alla recitazione. «Mi piace la commedia, l’ho sempre dichiarato. Non è una scelta recente: un esempio ne è “Turné” di Salvatores, film del 1990, e l’esperienza con Verdone in “L’amore è eterno finché dura”. La gente tende a dimenticarlo»racconta. «Ho un percorso prevalentemente drammatico, ma persino alcuni lavori con Moretti – “Bianca” e “Sogni d’oro” – rappresentano un ibrido a metà tra commedia e dramma. Lo stesso riguarda i miei film da regista – “Ciliegine” e “Assolo” –, non sono commedie in senso stretto perché, pur affrontando tematiche complesse, il tono non è mai lugubre».

La sua prossima commedia, in uscita in primavera, è “Bob e Marys” di Francesco Prisco. Suo partner nel film è Rocco Papaleo: «mi sono trovata malissimo con lui… Ovviamente scherzo! Ci siamo incrociati già molti anni fa, sul set di “Ferie d’Agosto” di Virzì, ma non avevamo molte scene insieme. Ci conoscevamo e io ho visto spesso Rocco a teatro ma, in effetti, “Bob e Marys” è il nostro primo film insieme, una commedia paradossale tratta da una storia vera».

Come attrice «non ho una formazione da actor’s studio, ho vissuto tra i libri e amo leggere anche buone sceneggiature. Bisogna essere umili: diventare strumento per la narrazione crea un’emozione sia per l’attore che per il pubblico. Nonostante ciò, non scelgo di interpretare un film in base alla sceneggiatura, ma a seconda dei compagni di lavoro, della location, del regista e, perché no, a volte anche della paga».

Parlando di sé confessa: «Sono un’ex ballerina, ma non ho grandi rimpianti. Cerco di rivedermi il meno possibile nelle pellicole in cui recito, anche se può succedere e, a volte, non mi piaccio. Si può sempre far meglio, ma non ci penso troppo. In compenso, vado molto al cinema in generale».

Termina poi con un aneddoto: «Quando ho recitato ne “La stanza del figlio” alcuni giornalisti mi hanno chiesto se avessi pensato ai miei figli (n.d.r. per immedesimarsi in una madre che perde il figlio maschio). Ero sorpresa e indignata: non è un metodo che per me funziona. La recitazione non è vita vera, c’è un legame con il vissuto, ma non è diretto. L’espressione si alimenta della vita, indirettamente. Non trasporto un elemento dal quotidiano, al massimo lo trasformo. Questa trasformazione avviene in modo, a volte, involontario e incosciente. Non è solo la volontà a determinare una buona interpretazione».

 

 

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