Ilaria Cucchi e la voglia di giustizia

Accogliente, diretta e spontanea: così appare Ilaria Cucchi ascoltandola al telefono varie volte. Il ritratto che si ricava è quello di una donna forte che vuole conoscerti e confrontarsi con te prima di cominciare a raccontare la sua storia. O meglio, la storia di suo fratello, “il famoso” Stefano, e di come è iniziato il suo impegno per la ricerca della verità e di giustizia insieme agli altri familiari dei morti di Stato.

Le domande da porre sono tante, come: “Quanti casi come quello di Stefano Cucchi esistono in Italia e noi non lo sappiamo?” oppure “Perché non viene approvata una Legge sulla Tortura a tutela di tutti nonostante su Change.org siano state raccolte 241.052 firme?”.

Intanto cresce l’attesa per il 13 ottobre, data del processo davanti alla III Corte d’Assise e con il quale si spera di giungere ad una sentenza definitiva. Una sentenza che è attesa non solo dalle istituzioni e dalla stampa ma dalle persone comuni, da chi segue questa vicenda dagli inizi e si sente in qualche modo vicino alla famiglia Cucchi. E sopratutto aspetta lei, Ilaria, che alle tante domande risponde lasciandosi andare ad un unico flusso di pensieri.

«L’associazione Stefano Cucchi Onlus nasce da una storia di normale ingiustizia. Nasce da Stefano Cucchi, detenuto e ultimo tra gli ultimi. Stefano Cucchi, mio fratello, arrestato per detenzione e spaccio e poi violentissimamente pestato da coloro che per anni si sono nascosti dietro una divisa consentendo che qualcun’altro fosse processato al posto loro, mentre si raccontavano quanto si erano divertiti a pestare ‘quel tossico di merda’. Stefano Cucchi, mio fratello, che il giorno dopo trascorre un’ora in un’aula di tribunale, davanti ad un giudice ed un pubblico ministero che non lo guardano nemmeno in faccia e lo spediscono in carcere come “Albanese senza fissa dimora” sulla base di un verbale redatto dai carabinieri la notte precedente dove la sola cosa giusta era il nome ‘Stefano Cucchi’. Si. Stefano Cucchi, mio fratello, quello che per 6 giorni è stato inghiottito dal carcere, mentre moriva letteralmente di dolore e da solo come un cane. Ma dopotutto era un detenuto, e pure tossico. Ultimo tra gli ultimi, appunto. Si, proprio quello Stefano Cucchi, a cui si riferiva la pm Loi quando apriva la sua requisitoria, in quel processo che è stato di fatto un processo al morto, definendolo ‘cafone e maleducato’. Si, in effetti se è morto è colpa sua. Tutta colpa sua e della sua famiglia. Stefano Cucchi. Quel cadavere che abbiamo rivisto i miei genitori ed io 6 giorni dopo sul tavolo dell’obitorio ricordava solo lontanamente Stefano Cucchi. Mio fratello. Il ricordo del momento in cui ho visto per l’ultima volta ciò che restava di lui, mi accompagna in ogni istante della mia vita. Qualunque cosa io faccia, qualunque sia il mio stato d’animo, arriva sempre quel momento della giornata in cui torno li, in quella stanza dell’obitorio, impietrita davanti al corpo martoriato di mio fratello. Lo fisso cercando di trovare qualcosa, un dettaglio che mi faccia capire cosa fosse successo. Ed ogni volta mi chiedo quale essere umano ha potuto fare questo ad un suo simile. Ed ogni volta ripeto a Stefano esattamente ciò che gli dissi allora ‘ti giuro che pagheranno’.

In effetti ci sono voluti 8 anni e tante energie, tanto dolore ma coloro che credevano di averla fatta franca oggi si trovano sul banco degli imputati e stavolta non ci sarà proprio niente da ridere e scherzare. Stavolta non sarà un processo a Stefano. No. Stavolta no. La promessa l’ho mantenuta.

Pochi giorni dopo la sua morte Stefano apparve in sogno al mio miglior amico, Paolo, un missionario. Gli disse ‘Di a mia sorella che sto bene ora. Dille di andare avanti. Forse non saprà mai cosa mi è capitato. E forse nessuno pagherà mai per la mia morte. Ma dille di andare avanti lo stesso perché quello che farà per me servirà per tanti altri.’

Né io né Paolo potevamo comprendere allora il senso di quelle parole, era ancora troppo presto e tutto doveva ancora accadere. Ma in fondo L’associazione Stefano Cucchi Onlus nasce proprio dalle parole di Stefano».

Gabriella Galbiati

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