EQUILIBRIO DI GENERE O STUPRO LINGUISTICO?

Gentilissimi/e colleghi/e…
Cari tutti e care tutte…
Quante volte vi è capitato di leggere una email con un incipit del genere?
Espressioni pleonastiche, ridondanti, superflue che affollano, confondono e rallentano la nostra quotidianità. Ormai è un’abitudine talmente generalizzata che ti fa quasi venire il dubbio di aver dimenticato la grammatica italiana. In altri casi, poi, credi di aver dimenticato addirittura l’alfabeto: Car* tutt*. E allora ti chiedi quando abbiano inserito l’asterisco come ventiduesima lettera, senza che tu te ne fossi mai accorto…/a.
È una moda, questa, che ha preso piede velocissimamente negli ambienti di sinistra, borghesi, hipster, radical chic. Ma poi si è prontamente diffusa a tutti i livelli, affinché nessuno potesse più sentirsi tacciato di maschilismo, sessismo o misoginia.
Non solo. Se i termini che fino a qualche tempo fa venivano considerati semplicemente dei “collettivi” – indicativi di un gruppo, un insieme – sono stati banditi dai paladini dell’equilibrio linguistico di genere, una sorte peggiore è toccata ai nomi di professione. È sempre più tremendamente frequente leggere avvocata, sindaca, dottora, ministra, assessora, direttora. Al di là del fatto che per molti di questi termini esista già il femminile (con la terminazione in –ice o –essa), è il concetto stesso dell’accettare socialmente un orrore grammaticale in nome di una coartata parità di genere che crea un certo imbarazzo.
I 200.000 anni di storia dell’uomo sulla Terra, saranno sempre anche quelli della donna.
Il 34,1% di giovani disoccupati in Italia, continuerà a comprendere anche le donne.
E chi crede di poter sfuggire fino in fondo a questa logica, si sbaglia.
Il linguaggio è importante, certo. È da lì che passano i valori culturali di una società. Ma la vera sfida del nostro tempo sta nel lavorare instancabilmente al profondo cambiamento delle rappresentazioni, dei concetti, dei ruoli sociali, dell’immaginario collettivo. Non nella mortificazione della lingua.

Mirella Paolillo

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