Dacia Maraini: i suoi 80 anni, l’amore per la letteratura e una nuova carica onoraria

La scrittrice di Fiesole ha ottenuto tanti premi e riconoscimenti nella sua carriera e da poco è stata nominata Presidente onorario dell’Osservatorio poetico contemporaneo

80 anni lo scorso novembre, ma non si direbbe! Dacia Maraini, scrittrice di romanzi e opere teatrali, ha raggiunto un altro grande traguardo nella sua vita costellata di amore, passione, sofferenza e desiderio di emozionarsi ancora, esprimendo sempre con sincerità il suo punto di vista anche su temi scottanti.

Com’è cambiato secondo lei il ruolo della donna in questi anni?

Ci vorrebbe un libro per risponderle. Cercherò di sintetizzare. Se parliamo di quel giardino privilegiato che è l’Europa, è una cosa; se parliamo del mondo intero, è un’altra. Fino a pochi decenni fa si poteva ignorare quel mondo, ma ora con la globalizzazione il nostro mondo si intreccia a quell’altro e dobbiamo dire che per certi versi la condizione delle donne fuori dall’Europa è un disastro: ancora duecento milioni di bambine che subiscono la mutilazione genitale, ancora l’uso della lapidazione per le adultere, ancora spose bambine e tante altre terribili ingiustizie. Se parliamo invece solo dell’Europa, direi che le cose vanno molto meglio: i movimenti delle donne hanno cambiato le regole della famiglia e dei comportamenti di genere. Le leggi più ingiuste sono state cambiate, e adesso, sulla carta, esiste la parità. Nella pratica ci sono ancora molte discriminazioni, ma certo le donne sono molto più libere e autonome di cento anni fa.

Quando ha pensato per la prima volta di diventare una scrittrice?

Io sono nata in una famiglia di scrittori: mia nonna, inglese, scriveva romanzi, mio padre, antropologo, ha sempre scritto. In casa mia abbiamo avuto un periodo di grande povertà, la sola ricchezza che non è venuta mai meno sono i libri e questo mi ha aiutata a crescere e imparare l’amore per la letteratura. Ho cominciato a scrivere a 14 anni sul giornale della scuola, poi ho fondato una rivista con altri aspiranti scrittori e infine ho scritto il mio primo romanzo a 17 anni, anche se poi sono riuscita a pubblicarlo solo quando ne avevo 24.

Lei ha vissuto la sua infanzia tra la Toscana, il Giappone e la Sicilia. Questi spostamenti, e conoscere le diversità tra i popoli, quanto hanno influito sulla sua personalità e nel suo lavoro?

Difficile dirlo. Ogni posto in cui ho vissuto ha lasciato delle tracce, ma sarebbe difficile descrivere con esattezza quali.

I personaggi storici o di fantasia che descrive nei suoi romanzi e negli spettacoli teatrali sono spesso donne forti che conoscono la sofferenza e che con coraggio affrontano la realtà. In quale di essi si rispecchia maggiormente?

Non ho un personaggio privilegiato. Spesso, per disegnare personaggi forti e coraggiosi, mi sono ispirata a mia madre che è stata una donna tenace, pratica, di grande coraggio e determinazione. Se non fosse stato per lei non so se saremmo sopravissuti al campo di concentramento e alla guerra.

Qual è il regalo più importante che ha ricevuto per i suoi 80 anni?

Il regalo più commovente sono stati i disegni degli studenti di una scuola calabrese che hanno messo in scena, con matite colorate, alcuni personaggi e alcune scene dei miei libri.

Lei è stata per anni la compagna di Alberto Moravia. Cosa ha significato per lei essere al fianco di una tale personalità? Tra di voi c’era solo un legame d’amore o anche professionale?

C’è stato fra noi un grande amore. Io lo consideravo un marito ma anche un padre e in certi momenti perfino un figlio. Per fortuna aveva conservato dentro di sé un bambino ingenuo e candido che innamorava. Stavamo bene insieme. Avevamo molti gusti in comune: il viaggio, la lettura, il cinema. Non abbiamo mai lavorato a quattro mani. Ciascuno per sé e anche con molta gelosia del proprio lavoro. Per fortuna Alberto non era di quelle persone che pensano di insegnare qualcosa, a lui piaceva più apprendere. Si circondava di giovani e cercava di capire le nuove idee che circolavano, non aveva nessuna nostalgia del passato e non pensava di dovere ammaestrare nessuno. Era molto rispettoso dell’autonomia altrui. Se non fosse stato così probabilmente non avrei resistito tanti anni con lui.

Gabriella Galbiati

 

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