Cristina Donà racconta i suoi primi 20 anni di carriera

L’incantatrice Cristina Donà racconta di come ama lavorare e dei vent’anni di “Tregua”, il suo album d’esordio con cui ha vinto il Premio Tenco e che nel 2017 ripubblica coinvolgendo dieci giovani artisti.

Qual è il tuo più grande traguardo per questi 20 anni di carriera?

Mi piace pensare di non averlo ancora raggiunto. Ma se devo fare un bilancio del lavoro fatto, la grande soddisfazione che speravo di raggiungere fin dall’inizio della mia carriera è quella di realizzare la mia musica e di esprimere la mia personale visione sia con le parole che con gli arrangiamenti. Le persone vicine a me sono sempre state scelte dalla sottoscritta e mai imposte da qualcuno. Quindi, la fortuna di poter pian piano costruire una mia personalità artistica, che può cambiare di volta in volta e che può essere in qualche modo superata. Non mi è mai capitato di rinnegare un progetto perché ho sempre scelto coscientemente le mie vesti musicali.

Forse avrei voluto fare di più a livello quantitativo ma ho sempre dei tempi molto lunghi e ogni volta mi confronto con le persone con cui lavoro. Quando faccio qualcosa, mi concentro molto su quella cosa e non riesco a farne più di una contemporaneamente.

Nel settembre 2017 hai pubblicato l’album “Tregua 1997-2017 Stelle Buone” (Believe Recordings) per festeggiare i 20 anni di “Tregua”, il tuo primo disco con cui hai vinto il Premio Tenco come miglior album di debutto. Però hai scelto di far interpretare liberamente i brani – ad eccezione di “Stelle buone” – a 10 artisti della nuova generazione (Io e la Tigre, Birthh, Sara Loreni, Chiara Vidonis, Simona Norato, Blindur, Zois, Il Geometra Mangoni, La rappresentante di Lista, Sherpa). In ogni canzone la tua voce si incrocia con la loro.

Come hai selezionato i 10 giovani artisti per il tuo album?

È stata una scelta condivisa con il mio manager Gianni Cicchi (primo batterista dei Diaframma e uno dei fondatori del Consorzio Produttori Indipendenti), con cui lavoro da circa 10 anni e che conosco da 20 anni. Con lui condivido tutto quello che faccio e a lui è venuta l’idea di questo lavoro, a seguito di alcuni apprezzamenti e testimonianze di artisti della nuova generazione all’avvicinarsi di questo ventennale. Gli è venuto quasi spontaneo di chiedere a giovani artisti di interpretare questo “Tregua” come fosse stato prodotto oggi e non 20 anni fa. Molti di loro, tra l’altro, stanno iniziando ora e ho sposato felicemente quest’idea. Uno dei nomi che ha ispirato l’idea sono gli Oblivious che mi hanno mandato la cover di un brano di “Quinta stagione”, un album del 2007. Il risultato è più bello dell’originale e siamo partiti da qui, da nomi che hanno espresso stima e che nel mio operato hanno trovato un punto di riferimento. In un’epoca individualista credo che la condivisione possa fare la differenza. Abbiamo così scelto degli artisti che ci hanno emozionato portando anche altri generi così da rendere il progetto più interessante. L’idea è stata anche quella di non coinvolgere artisti con una visibilità già conclamata in modo da festeggiare con chi sta cominciando adesso nel mondo discografico, incontrando le difficoltà dell’inizio, che non vuole andare ad un talent ed è coperto da una piccola etichetta. Mi sembrava uno scambio costruttivo e non fine a se stesso. Nei vari concerti della tournée cercheremo, dove possibile, di portare con noi i giovani artisti che hanno partecipato all’album.

Invece hai scelto di cantare da sola “Stelle buone” che fa sempre pare dell’album “Tregua”

I motivi sono fondamentalmente due. Il primo, tecnicamente più importante, è legato al titolo dell’album, “Tregua 1997 – 2017 Stelle buone”. In qualche modo quelle Stelle buone indicate nel titolo sono i 10 giovani artisti coinvolti e quindi non avrebbe avuto senso far cantare questo brano a qualcuno in particolare. Inoltre è una canzone simbolica nella mia produzione artistica ed è soprattutto la mia prima canzone d’amore. È la mia dedica appassionata all’uomo che poi è diventato mio marito.

Cosa cambia tra l’album del 1997 e quello pubblicato per celebrare i suoi e i tuoi 20 anni di carriera?

L’aspetto che mi viene subito in mente riguarda i concerti live, con cui andrò in giro per l’Italia. Per il tour, partito a giugno scorso, ho coinvolto 4 musicisti: Cristiano Calcagnile alla batteria, Lorenzo Corti alla chitarra – musicisti che collaborano con me dagli esordi -, Danilo Gallo al basso e Gabriele Mitelli alla tromba. In particolare, Cristiano suona con me dal 1997 ed ha riscritto gli arrangiamenti per i live. Le canzoni dell’album sono armonicamente molto semplici e sono rimaste riconoscibili. Ma il mio desiderio era quello di arricchire le parti musicali e Cristiano, che lavora nell’ambito della musica jazz e conosce bene il rock e la musica che faccio io, ha saputo metterci mano. È un viaggio bellissimo che io ogni volta mi godo quando faccio i concerti. Quindi rispetto all’album del 1997 c’è più musicalità e sono testi che mi fa piacere cantare.

Quando nel 1997 uscì “Tregua” credevi che avrebbe avuto questo successo, tanto da festeggiare i suoi 20 anni?

In verità no! All’epoca avevo dato poco credito a questa mia passione per la musica, che coltivavo per me o cantando cover nei locali. Infatti ho cominciato tardi a scrivere canzoni proprio perché non pensavo che questo lavoro potesse essere una strada. Con “Tregua”,  a cui cominciai a lavorare 2 anni prima con Manuel Agnelli ed altre persone straordinarie, ho capito me stessa e con la musica e con la mia espressione vocale mi sento veramente me stessa. Essere ancora qua, dopo 20 anni, è una fortuna, sopratutto in questo periodo in cui la musica è diventata un bene gratuito e si fa sempre più fatica.

 

Gabriella Galbiati

 

 

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